La Stella Gorgone

Questo fine settimana il meteo non ha permesso uscite in mare e allora la mente va agli impegni dei prossimi week end. Finalmente le restrizioni Covid si allentano e potremo uscire dalla regione quindi: tutti all’Argentario, la SGRN organizza la sua prima gita dell’anno.

Cogliamo quindi l’occasione di parlare di soggetti non riminesi. Nella chat di gruppo, scatta subito l’entusiasmo della Manuela che ci ricorda la splendida esperienza fatta durante l’esame di corso P2.

Era con me e Francesca, giornata fantastica, una leggerissima correntina e una secca di Capo D’Uomo veramente splendida. Finalmente i ragazzi potranno scendere sotto i 18 metri e incontrare il meglio della parete di Coralligeno.

Leggermente buia, ma i nostri fari accendevano di un rosso intenso tutte quelle splendide gorgonie con i polipi estroflessi intente a nutrirsi filtrando il plancton dalla corrente che le accarazzeva.

Ad un tratto l’emozione sale, di fronte a noi una splendida stella gorgone. Non mi sarei mai aspettato di incontrarla a quella quota, di solito sono più profonde, ma è lì e orgoglioso del mio mare la mostro ai ragazzi.

Ma cos’è la stella gorgone (Astrospartus mediterraneus)?

Questo strano animale, appartenente alla classe Ofiuroidei, le comuni ofiure o stelle serpentine, è l’unico rappresentante della sua famiglia, i Gorgonocefalidi, presente in Mediterraneo.
Il suo nome scientifico deriva dalle parole latine aster (stella) e spartos (arbusto). Il nome italiano di stella gorgone deriva dal mito delle Gorgoni (Medusa, Steno e Euriale) figure mostruose della mitologia greca, che avevano serpenti al posto dei capelli ed erano in grado di impietrire chi le guardasse con uno sguardo. Il suo nome inglese (basket star) deriva invece dalla sua abitudine di raggomitolarsi a cesto (basket, in inglese) durante il giorno con le braccia ramificate.

La sua forma è inconfondibile: dal disco centrale, piuttosto piccolo, si dipartono, con la tipica geometria pentaraggiata degli echinodermi, le lunghe braccia ramificate. L’impressione che si riceve, al suo cospetto, è quella di trovarsi di fronte non un animale, ma un ammasso di rami secchi di qualche specie vegetale.

E’ considerata una specie rara, anche se all’Argentario sembra essere più presente che in altri luoghi.

Dal punto di vista tassonomico, si tratta di un’echinoderma come i ricci di mare e le stelle marine, caratterizzato da cinque tentacoli, ognuno ramificato più volte, con i quali si aggrappa ai rami delle gorgonie. Il corpo ha un diametro di otto centimetri, con l’apertura dei tentacoli la larghezza massima dell’intero animale può arrivare a 80 centimetri. Ad osservarlo sembra un mostro marino con braccia filiformi le cui estremità si aggrappano al loro supporto. Queste braccia, che sono i suoi tentacoli, si estendono nell’oscurità per catturare le particelle sospese e il loro avvolgimento ricorda i capelli animati. Le sue dimensioni possono variare da 6 a 20 cm chiuso e fino a 80 cm schierato. E’ un animale filtratore passivo che si nutre, tramite i tentacoli aperti, di micro particelle planctoniche. Ogni tentacolo ha dei piccoli ami che formano una rete circolare che permette alla “testa della medusa” di afferrare la sua preda. Quando queste ultime sono in quantità sufficiente, i tentacoli si avvolgono in successione per riportarle alla sua bocca, una piccola apertura al centro del disco. Questo fenomeno può essere osservato al mattino dopo la sua caccia notturna.

La sua riproduzione avviene con l’emissione di spermatozoi e uova in mare aperto, durante il loro sviluppo le larve planctoniche si attaccano ad un substrato duro. La fecondazione avviene quindi in acque libere dove le larve, chiamate ofioplutei, come tutte quelle appartenenti agli Ofiuroidei, conducono una breve vita planctonica per poi fissarsi al substrato dove avverrà la metamorfosi.

Come altre stelle marine è in grado di rigenerare i suoi tentacoli. I loro organi sono infatti dislocati un po’ ovunque per cui è possibile ricreare l’intero corpo a partire da un arto singolo.

Concludo dicendo che è un ottimo soggetto fotografico per chi ha la fortuna di vederlo e io non mi sono fatto sfuggire l’occasione.

 

 

Autore Testo e Foto: Francesco Gulli
Revisione scientifica: Filippo Ioni