Sub Rimini Gian NeriSub Rimini Gian Neri

Appuntamento con lo Scozzese

Sabato scorso finalmente sono riuscito ad andare in acqua, era da settembre che non mi immergevo alle piramidi e le aspettative erano tante.

La scorsa settimana hanno avvistato i delfini e sotto sotto avevo la speranza di rivedere Andrea, il delfino del 2008.

C’è nebbione, ma mare calmo e appena in acqua la conferma di una buona visibilità.

Sono in coppia con Milena, una ragazza brevettata l’anno scorso e con una muta umida mentre io ho una confortevole stagna, ma malgrado il freddo, 13°, super entusiasta.

Confesso che speravo di potergli mostrare qualche cosa di scenico, ma di delfini manco l’ombra.

Le Piramidi però sono un luogo che mi riserva sempre sorprese e a soli pochi minuti di fondo sulla sabbia intravedo una mia vecchia conoscenza, il verme scozzese.  L’ho visto prima una sola volta, ma sono certo della determinazione perché a suo tempo mi fece penare non poco.

Era il 2008, magari c’è un nesso astrologico visto che è proprio l’anno del delfino Andrea, quando a febbraio in una fredda immersione incontro una verme dalla livrea particolare. Le ricerche sui libri della fauna del mediterraneo diedero esito negativo, un soggetto alieno mi convinco.

Poi un po’ di fortuna, navigando su Internet su un sito di un diving Scozzese vedo una foto che mi illumina. Trovo finalmente un nome “Tubulanus Annulatus”.  Sembra essere a suo agio nelle acque fredde e il Nord Adriatico d’inverno è più simile al mare del nord che al mediterraneo. Anni a seguire la conferma con il Prof Attilio Rinaldi, un luminare per anni a capo della nave oceanografica Daphne  impegnato a svolgere attività di monitoraggio, studio, ricerca e controllo degli ambienti marini e di transizione e delle loro interazioni con il territorio costiero dell’Emilia-Romagna. La mia foto è orgogliosamente lì a pagina 192 dell’Atlante  della fauna marina dell’Adriatico.

Ma cos’è?

Comunemente noto come il verme della maglia da calcio (football-jersey worm). Detto anche Verme Inanellato, appartiene al gruppo generico dei Vermi, al phylum dei Nemertini, alla classe degli Anopli ed alla sottoclasse degli Paleonemertini, Famiglia delle Tubulanidae. Aspetto vermiforme, corporatura lunga e sottile, capo distinto e largo. Colorazione di fondo bruno scuro con linee longitudinali e intersecate da bande trasversali entrambe bianche. Può raggiungere la lunghezza di 25 cm. Vive nell’Atlantico del Nord e nel Mare del Nord. In Adriatico non è comune. Conduce una vita criptica e notturna rimanendo nascondo in anfratti poco illuminati.

Non ricordo se anche nel febbraio del 2008 il tempo era cupo senza sole, ma la temperatura dell’acqua si aggirava sempre sui 12/14 gradi.

Be’ tutto sommato una gran giuntata, non ho rivisto l’amico delfino Andrea, ma l’enigmatico Verme scozzese.

 

Autore: Filippo Ioni
Revisione scientifica: Sofia V. Pesaresi
Autore della Foto: Filippo Ioni

Immersioni al Paguro – Anno 2021

Le uscite programmate sono 14, a cui potranno aggiungersi nuove disponibilità che verranno comunicate con congruo anticipo. Sotto sono riportate le date di immersione con il giorno di apertura delle iscrizioni (di solito 14 giorni prima dell’immersione). Nel tentativo di accontentare tutti, le prenotazioni si svolgeranno secondo regolamento di seguito scaricabile. Le prenotazioni e le eventuali disdette dovranno pervenire a Fabio De Donato, secondo le indicazioni che riceverete puntualmente per email, whatsapp o canali social della società. Il pagamento della quota deve avvenire secondo regolamento prima dell’immersione (tramite tessera immersione o contanti a Fabio, oppure tramite bonifico sul c/c IT28U 06285 24201 CC0018055640 intestato a Sub Rimini Gian Neri).

       
N. DATA ORARIO BOA
1 domenica 16 maggio 2021 10:00 – 12:00 A
2 domenica 30 maggio 2021 08:00 – 10:00 C
3 sabato 12 giugno 2021 08:00 – 10:00 A
4 venerdì 18 giugno 2021 20:00 – 22:00 A
5 domenica 27 giugno 2021 08:00 – 10:00 A
6 venerdì 9 luglio 2021 20:00 – 22:00 A
7 domenica 18 luglio 2021 10:00 – 12:00 C
8 venerdì 30 luglio 2021 20:00 – 22:00 A
9 domenica 1 agosto 2021 08:00 – 10:00 A
10 venerdì 20 agosto 2021 20:00 – 22:00 A
11 domenica 22 agosto 2021 10:00 – 12:00 C
12 sabato 4 settembre 2021 10:00 – 12:00 C
13 domenica 19 settembre 2021 10:00 – 12:00 C
14 venerdì 24 settembre 2021 19:30 – 21:30 A

Lo chiameremo Andrea

Quando lo scorso fine settimana sui social della SGRN rimbalzavano immagini e video di un fantastico incontro con un gruppo di delfini alle Piramidi la mente immediatamente mi ha riportato indietro nel tempo.

Questa storia inizia sabato mattina del 3 maggio 2008 a Rimini; si avete capito bene, ci troviamo proprio nel mare Adriatico, uno di quei mari che difficilmente regala sorprese e dove la pesca indiscriminata ha ripulito gran parte del nostro patrimonio.

Con il mio gruppo di amici subacquei della Sub Rimini Gian Neri, raggiungo dopo circa trenta minuti di navigazione il punto d’immersione delle Piramidi. Proprio qui a distanza di qualche minuto diventerò testimone di un’esperienza che non dimenticherò tanto facilmente. Sono subacqueo con oltre quarant’anni d’attività alle spalle, ho girato il mondo ma non avrei mai pensato di vivere un momento così intenso proprio nel mare di casa mia.

Scendo in acqua munito della mia immancabile attrezzatura fotografica regolata per la macrofotografia; ho un’irrefrenabile passione a ritrarre tutto quello che di più piccolo esiste nel nostro mare perché purtroppo la scarsissima visibilità non permette quasi mai scatti ambiente di buona qualità.

Mentre ero intento a fotografare delle uova di Doride mi sento osservato, alzo la testa e in quel momento mi rendo conto che un delfino è lì a meno di un metro da me, in candela, a testa in giù immobile ad osservarmi.

Per un attimo vengo preso da un senso di timore: incredulo avviso il mio compagno d’immersione per testimoniare ciò che avevo visto, poi cerco Enrico l’altro mio compagno d’immersione che munito di videocamera avrebbe ripreso l’incontro. La frenesia di cercare una prova dell’evento mi porta a scuoterlo perché in quel momento era infilato in un buco per riprendere un astice. Finalmente si gira e capisce l’importanza della situazione riprendendo immagini che ancora oggi molte persone ci invidiano.

Il delfino continua a giocare con noi per tutto il tempo, ci sfreccia veloce in ogni direzione e noi rimaniamo sott’acqua per raccogliere ogni attimo di gioia arrivando ad esaurire tutta l’aria a disposizione.

Raggiunta la superficie, dal gommone ci urlano: “Ragazzi avete visto c’è un delfino!”; noi rispondiamo che era già venti minuti che ci allietava con le sue piroette. A quel punto ci liberiamo del gruppo Ara e osserviamo le sue evoluzioni fuori dall’acqua. Si avvicinava sotto di noi soffermandosi a pancia in su emettendo bolle dallo sfiatatoio. Nessuno voleva andarsene e svegliarsi da quel bellissimo sogno, ma purtroppo era necessario rientrare; la giornata in mare era giunta al termine. Prima di salpare, vogliamo salutarlo trovandogli un nome proprio: non sapendo se fosse maschio o femmina Giuseppe, per gli amici della Gian Neri Cech, ci suggerisce il nome Andrea perché così non avrebbe creato dubbi nel momento di identificazione del sesso.

Il giorno seguente e per tutto il mese di maggio ci siamo recati nello stesso punto per effettuare altri tuffi, speranzosi di poterlo rincontrare. Ogni volta che ormeggiavamo alle Piramidi, dopo circa una quindicina di minuti arrivava a farci compagnia. La felicità e l’incredulità di tanti soci Gian Neri continua ancora oggi a farmi pensare alla fortuna che abbiamo avuto.

Curiosi di ricevere informazioni su questo strano comportamento, coinvolgiamo La Fondazione Cetacea di Riccione. Ci viene chiarito che Andrea contrariamente a quello che credevamo noi è un maschio abbastanza giovane, e che è possibile identificarlo per una macchia presente sulla pinna caudale.

Marco Affronte biologo della fondazione ci spiega che l’avventura a cui abbiamo assistito è molto rara, sono documentati infatti solo novanta casi al mondo in cui i delfini abbandonano il branco per socializzare con l’uomo. Questi animali però si affidano e legano così tanto con l’uomo che per cattiveria o per disgrazia muoiono in poco tempo. Proprio per questo la Fondazione in collaborazione con noi della Sub Rimini Gian Neri, inizia un lavoro di raccolta dati per monitorare Andrea. Dopo un mese di immersioni il delfino si assenta; ciò ci rattrista ma allo stesso tempo ci fa’ sperare che abbia raggiunto un branco e che abbia ripreso la vita naturale. Ma quando apprendiamo che il nostro tursiope viene avvistato presso altri lidi come Cesenatico e Ravenna, Fondazione Cetacea e Gian Neri decidono di convocare una conferenza stampa per comunicare il giusto comportamento nel caso si incontri il delfino. Questo decalogo comportamentale viene redatto per difendere l’incolumità del nostro nuovo amico.

Da settembre, con la fine della stagione estiva, gli avvistamenti si fermano: il delfino potrebbe essersi spostato a sud in acque più calde ci spiega Affronte.

Poi, a un anno dal primo avvistamento, era il 25 aprile 2009, mentre passeggiavo sulla spiaggia con i miei figli, una telefonata mi avverte che Andrea è tornato: alcuni ragazzi della Gian Neri usciti per le prove di corso mi comunicano euforici che hanno visto un delfino proprio lì dove nella primavera del 2008 era avvenuto il primo incontro.

In tutta fretta organizzo un’uscita per il pomeriggio stesso e, muniti di telecamere e macchine fotografiche speriamo di documentare nuovi incontri, sempre seguiti da due ricercatrici della fondazione Cetacea.

Arrivati sul punto mi immergo per assicurare l’ormeggio, l’acqua è torbida, e fatico un poco ad orientarmi, ma ad un tratto sento il classico richiamo sonoro ed ecco la sagoma del delfino: Andrea è tornato!

Risalgo e tutto il gommone è già in fermento. Ricerchiamo i segni distintivi: è sicuramente un maschio più grande: ovviamente è passato un anno. L’unico dubbio è la mancanza dell’evidente segno sulla coda, ma le ricercatrici ci spiegano che con il passare del tempo la macchia può scomparire. Rispetto all’anno scorso sembra che Andrea cerchi maggiormente il contatto con l’uomo: si avvicina gradendo lo strofinamento col ruvido dei nostri guanti e con salti e giochi d’acqua si avvicina cercando carezze e contatti.

Cerchiamo di limitare al massimo tutto ciò, ma nascondendoci sotto l’alibi scientifica lo accarezziamo nell’intento di girarlo per identificare il sesso e nuovi segni distintivi.

Andrea lo prende come un gioco e alla ricerca di effusioni emette la serie di bollicine dallo sfiatatoio che ci lascia disorientati.

Dobbiamo dire basta: il decalogo di comportamento diramato l’anno scorso ci impone di limitare al massimo l’interazione e a malincuore stando attenti a non ferirlo con l’elica del motore, ci allontaniamo.

Tutti i ragazzi della Gian Neri che in quei due anni hanno avuto modo di giocare con Andrea possono ritenersi subacquei fortunati perché è estremamente raro essere protagonista di quella meravigliosa esperienza legata al delfino Andrea.

Finisco questo righe di nostalgia fantasticando un po’. E se domenica scorsa (25 aprile 2021) fosse stato Andrea con i suoi amici che ripassava a salutarci.

La fortuna continua a baciarmi: dopo una decina di giorni senza delfino, durante un’esercitazione della protezione civile mi vedo affiancare da Andrea e da un altro delfino.

Il compagno è evidentemente più selvatico e si avvicina con molta diffidenza. È comunque bellissimo vederli sfrecciare ed avvitarsi insieme.

 

Foto e Testi: Filippo Ioni

La muta dei crostacei

Quante volte ci è capitato, mentre passeggiamo sulla riva o vicino agli scogli, di notare a terra sulla sabbia delle piccole carcasse vuote, trasparenti, magari spezzate o addirittura intere che ci lasciano immaginare come potesse essere l’animaletto che ospitavano prima di essere abbandonate per sempre.

Tutti i crostacei fanno la muta almeno una volta nella loro vita, è una strategia che gli permette di crescere. Il carapace infatti, che ne ricopre in modo integrale tutte le parti del corpo, è molto resistente: perfetto per proteggerli dai pericoli esterni, ma troppo rigido per essere allargato o modellato rispetto al corpo molle dell’animale. Così, periodicamente i giovani granchi e gamberetti hanno bisogno di liberarsi del loro cappotto di chitina per poter crescere e costruirne uno nuovo di zecca, stavolta fatto su misura.

Per quanto detto così possa sembrare un meccanismo semplice, in realtà non lo è affatto. La fase della muta è un delicato processo chimico, finemente regolato sulla base di ormoni. Quando viene il momento, il segnale parte da una ghiandola posta alla base dell’occhio, detta organo X, da cui attraverso una cascata di segnali interni si arriva alla secrezione dell’Ecdisone, l’ormone della muta, che induce questo processo.

Appena l’animale perde la sua corazza protettiva, diventa estremamente vulnerabile ad attacchi esterni da parte di predatori, patogeni e non solo… per cui anche la scelta del momento giusto è fondamentale perché il cambio d’abito vada a buon fine.

Per citare un esempio, nei granchi la muta avviene spesso durante la crescita dell’animale: i maschi approfittano della muta delle femmine per l’accoppiamento, mentre le femmine approfittano della muta del maschio (sprovveduto) per cibarsene.

Nella foto si osserva il momento in cui un gamberetto tropicale si libera del suo vecchio vestito.

 

Autore: Sofia V. Pesaresi
Autore Foto: Giacomo Giovannini

Cosa sta succedendo al nostro mare? Perché così tante Meduse?

In questi giorni è alla ribalta dei social un eccezionale “bloom” di meduse che ha colorato di rosa gli specchi d’acqua del golfo di Trieste e quello di Comacchio. Un’invasione di centinaia di esemplari di Rhizostoma pulmo, quella che comunemente viene definita “polmone di mare”. Meduse sono presenti nel nostro mare già da inizio ‘900, ma da inizio degli anni duemila questi bloom sembrano essere diventati più frequenti e durare più a lungo.

Il fenomeno non è circoscritto; sicuramente tutti ricordano che anche qui a Rimini le ultime estati sono state caratterizzate per l’enorme quantità di meduse: in particolare di ‘polmoni di mare’, ma anche di ‘cassiopee’ (Cotylorhiza tuberculata).

Polmone di Mare “Rhizoztoma pulmo”: ha un cappello opalescente con i bordi sfrangiati blu e viola, e possono raggiungere dimensioni ragguardevoli, fino a 50-60 cm di diametro e 10 chili di peso. Si nutre prevalentemente di crostacei e fitoplancton, che ingloba secernendo un muco ricco di tossine. Non è una specie particolarmente urticante: in alcune baie italiane forma anche popolazioni stanziali, tendenzialmente stabili durante tutto l’anno.

Cassiopea “Cotylorhiza tuberculata”: ha un cappello che raggiunge i 30 cm, con l’ombrello a forma di disco e una gobba rotonda e gialla al centro, per questo motivo viene anche chiamata “uovo all’occhio di bue”. Se si ha il privilegio di incrociarle fuori dagli scogli si può notare che sotto il cappello trovano spesso ospitalità dei piccoli pesci, i sugherelli. In tanti, dopo aver scoperto che non sono pericolose (hanno un bassissimo livello urticante), ne restano affascinati.

Ma qual è il motivo che stà dietro a questo fenomeno? E’ tutta colpa dell’inquinamento? Certo che no, le meduse vivono solo in acque pulite; e allora cosa potrebbe essere?

Gli esperti stanno affermando sempre più le strette correlazioni con l’innalzamento termico dei mari e la diminuzione dei loro predatori e dei loro competitori alimentari. Quest’ultima variabile è soprattutto associata all’eccessivo sforzo di pesca dell’uomo verso quelle specie che si nutrono di fito e zooplancton, ivi compresi gli stadi larvali delle meduse. E sono soprattutto i grandi sciami di pesce azzurro quali la sardina, l’acciuga, lo spratto e l’alaccia a fare incetta di plancton.

Che il mare sia in sofferenza lo dicono tutti, e il problema della sovra pesca è ormai universalmente riconosciuto. Ora però, ad insidiare la vita in Adriatico ci sono anche loro, le Noci di mare (Mnemiopsis leidyi), che da un paio di anni invadono la costa, e all’altezza delle scogliere creano delle vere e proprie barriere, quasi insormontabili. A differenza delle precedenti citate, le Noci di mare appartengono al phylum degli Ctenofori, che pur somigliando a piccole meduse (phylum Cnidari), non hanno con esse nessuna correlazione evolutiva, e soprattutto non sono affatto urticanti. La specie è ritenuta invasiva e in grado di modificare interi ecosistemi. Nel Mar Nero ha avuto effetti devastanti, tanto da compromettere totalmente la pesca. Speriamo che ciò non accada da noi.

 

Autore: Maurizio Costa 
Revisione scientifica: Manuela Casalboni, Sofia V. Pesaresi
Aurore foto: Filippo Ioni

E Burdell di Viserbella

Ho avuto la fortuna di nascere a Viserbella a 50 metri dalla spiaggia. Fin da piccolissimo sono stato attratto dall’acqua e da quello che accadeva sotto la sua superficie.

A sei anni mio babbo mi regalò la mia prima vera maschera subacquea, fino a quel momento mi ero arrangiato con degli occhialini comprati in uno di tanti negozi di giocattoli che frastagliavano il nostro lungomare.

Gli scogli, o come le chiamavano i nostri vecchi “le dighe” erano la nostra piccola barriera corallina. Ricordo con terrore le ore dopo i pasti, quelle in cui non si poteva fare il bagno per via della famosa “indigestione”!!!

Il mare era il nostro parco giochi…nuotavamo fino alla boa dei 500 metri e ritorno ( per la gioia dei salvataggi che ci dovevano inseguire a remi) andavamo a pescare le cozze, i granchi o le vongole, le attività erano innumerevoli …ma la cosa che mi piaceva di più era osservare questo mondo marino sommerso. Mai mi sarei immaginato che sotto al pelo dell’acqua, attaccati a questi scogli artificiali la vita poteva essere così interessante.

C’erano le battaglie fra i granchi, quelle fra le bavose ( Parablennius Incognitus ) per il controllo della propria tana. C’erano soprattutto ad inizio estate le Seppie ( Sepia Officinalis ), che erano delle vere e proprie campionesse nel mimetizzarsi.

Ricordo quando incominciammo a trovare i primi esemplari di “Lumaconi” ( Rapana Venosa ) che non erano autoctone del nostro fondale .

Ovviamente tutte le nostre esplorazioni erano fatte rigorosamente in apnea, e ricordo che il tempo da passare lì sotto era sempre troppo poco…

Da qui l’idea di avvicinarmi alla subacquea, l’idea di avere un respiratore per passare più tempo sotto la superficie mi affascinava…feci le mie prime esperienze già nei primi anni dell’adolescenza ma poi per un motivo o per una altro mi sono riavvicinato al mondo della subacquea solo 2016, grazie alla A.S.D Sub Rimini Gian Neri.

Ho fatto il corso durante i mesi invernali, poi finalmente con l’arrivo della bella stagione incominciammo le prime esercitazioni in mare. Ricordo come se fosse ora il primo tuffo alle “ Le piramidi “ un vecchio allevamento di cozze che gli istruttori della Gian Neri utilizzano per esercitarsi con i propri allievi.

La giornata non era delle migliori ,c’era il mare un po’ agitato e una fresca brezza da maestrale ricordava a tutti che l’inverno era appena finito. Ma la curiosità di mettere la testa sotto l’acqua per raggiungere il fondale rendevano tutte le nostre piccole avversità superflue.

Ero euforico ma allo stesso agitato, cercavo di fare mente locale di tutte le nozioni preparatorie ripassate i giorni precedenti…ma come dice il proverbio fra il dire e il fare c’era di mezzo proprio lui, il mare. Finita la preparazione mi metto l’erogatore in bocca, faccio segno al mio compagno che è tutto ok e mi butto con una capovolta dal bordo del gommone.

Il contatto con l’acqua, nonostante la muta semistagna è da brividi…mi appresto a fare gli ultimi controlli di superficie, e dopo gli ultimi accorgimenti del mio istruttore incominciamo l’immersione.

I primi secondi sono alquanto stressanti…la visibilità è ridottissima, al massimo un paio di metri e la paura di perdere il mio compagno con il risultato di abortire l’immersione quasi mi fa dimenticare di compensare le orecchie durante la discesa sul fondo.

Mi ritrovo sul fondo prima ancora di poterlo vedere con i miei occhi…cerco di immettere aria nel gav per recuperare l’assetto. Nel frattempo la maschera si allaga e un rivolo di acqua gelida e salata mi entra negli occhi, facendomeli bruciare e limitando ancor di più il mio orientamento.

Per un secondo mi è passato per la testa:” ma chi me l’ha fatto fare?”

Il mio parco giochi dove era finito?

Possibile che i miei ricordi fossero quelli di un bambino che da risalto alle cose che un adulto non riesce a vedere?

Cerco di scacciare questa brutta sensazione…ritrovo l’assetto, svuoto la maschera e cerco di dare al mio compagno una parvenza di calma.

Il mio compagno mi indica una cima da seguire sul fondale, ed entrambi cominciamo a seguire questo filo che si perde in una nuvola marrone che ci circonda.

La muta mi stringe sotto le ascelle e sul petto, l’acqua ha la stessa temperatura di un camparino servito con il ghiaccio, e tutto attorno a me è marrone. L’unica cosa che intravedo sono le pinne gialle del mio compagno che mi procede.

Lo stress sotto l’acqua è una brutta compagnia, continuo a passare lo sguardo fra il computer subacqueo, il manometro e le pinne del mio compagno che inseguo a distanza ravvicinata.

Ad un certo punto raggiungiamo un piccolo scoglio, con la mia torcia subacquea lo illumino sperando invano in un segno di vita. Lo scoglietto ha diversi fori circolari regolari, da uno di questi mi sembrano fuoriuscire un paio di lunghissime antenne.

Nemmeno il tempo di infilare la torcia all’interno che le antenne si “allungano“ e all’uscita del foro fa capolino il carapace di uno splendido Astice (Homarus Gammarus) dalle dimensioni gigantesche! (50/60 cm circa!).

Le chele sono grandissime e anche se la visibilità è molto limitata (eufemismo…) i colori alla luce della torcia sono sgargianti!

Riesco con una mano ad afferrare la pinna del mio compagno e gli mostro questo peso massimo dei crostacei. L’euforia mi pervade , non so quanti minuti siamo rimasti ad osservarlo estasiati.

Ma una cosa mi ricordo perfettamente, tutta l’ansia e lo stress dei minuti precedenti sono spariti lontani anni luce in un secondo.

In attimo rieccomi li’, nel mio parco giochi di quando ero un bambino, ma con l’erogatore in bocca e una scorta d’aria che mi permette di rimanere ad osservare la fauna per tutto il tempo che voglio…o quasi, diciamo fino a che la mia resistenza al freddo me lo consente!

Dopo questo primo avvistamento mozzafiato, l’immersione è continuata alla ricerca di altri animali bentonici che vivono in mezzo agli anfratti di questi scogli sommersi, rivelandoci la presenza di numerosi Gronchi (Conger Conger) che vivono rintanati nei fori artificiali. Ma anche da innumerovoli Schille o gamberetto di porto (Paleomon Elegans).

Raggiungiamo infine la zona dei cosiddetti “castelli“ una struttura tubolare che si innalza diversi metri dal fondale, sopra di noi nuotano placidamente un folto branco di Moletti o Moli (Merlangius Merlngus) di Sugheri (Trachurus trachurus).

Siamo ad una profondità di circa 7/8 metri e la visibilità e piuttosto migliorata rispetto al fondale che si trova qualche metro sotto di noi.

La luce che giunge dalla superficie si riflette sul dorso argenteo dei pesci, se non ci trovassimo sotto la superficie sembrerebbe la coreografia di un balletto organizzato.

Ho perso la condizione del tempo…sono talmente preso da quello che sto guardando che solo i primi brividi di freddo mi riportano alla realtà.

L’immersione è quasi finita e ci apprestiamo a risalire con le dovute soste di sicurezza.

Una volta fuori dall’acqua sono galvanizzato dall’esperienza!

Non solo per quello che ho visto, ma soprattutto per le sensazioni che ho provato… il mio parco giochi era sempre rimasto li ad aspettare e adesso avevo i mezzi per esplorarlo al meglio!

Negli anni successivi ho frequentato altri corsi, e ho avuto la fortuna di fare delle bellissime immersioni in mari più ricchi e affascinanti del nostro dal punto di vista biologico.

Ma la sensazione che avevo provato nelle mie prime esperienze, nonostante tutte le difficoltà che un mare come il nostro può avere nei mesi invernali e primaverili, rimarrà per sempre nella mia memoria e nel mio cuore.

 

Autore: Giorgio Mangianti
Autore Foto: Filippo Ioni

Che fine ha fatto il maschio della rana pescatrice?

Nel mondo animale esistono numerose modalità di accoppiamento, che dal nostro imprescindibile punto di vista antropocentrico ci porta a giudicarle talune dolci e romantiche, altre fredde e fugaci. Alcune addirittura le giudichiamo “cruente”, come ad esempio la tendenza della femmina di mantide religiosa che divora il maschio con cui si sta accoppiando, ma questa strategia si è evoluta per rifornirsi delle proteine necessarie alla produzione delle uova.

E noi, amanti del mondo sommerso, abbiamo trovato una strategia riproduttiva ancora più singolare ed impressionante, che viene messa a punto da alcune specie di Lofiformi, noi le conosciamo meglio con il nome di rane pescatrici. Sono un ordine di pesci Teleostei, con oltre 200 specie bentoniche, caratterizzati dalla trasformazione del primo raggio della pinna dorsale in una struttura filiforme (illicio), che ricorda una lenza con un’esca, utilizzata per richiamare le prede.

Quando la rana pescatrice cominciò ad essere oggetto di studi scientifici, i ricercatori furono subito sorpresi nel rinvenire solo esemplari di sesso femminile. Questi esemplari inoltre presentavano sul corpo particolari forme che inizialmente ipotizzarono essere parassiti esterni. Fu una grande sorpresa quando gli studi rivelarono invece trattarsi di parti anatomiche degli individui di sesso maschile.

Si è successivamente scoperto che quando avviene l’incontro con una femmina, il maschio di rana pescatrice si attacca al suo corpo addentandola, contemporaneamente inizia a secernere un enzima un che dissolve la propria pelle circostante, perderà gli occhi, le pinne e anche i suoi organi interni. Alla fine di questa pratica il maschio si tramuterà in una sorta di appendice dotata di testicoli, venendo così definito come un “parassita sessuale”.

Attraverso questo processo, i maschi rilasciano i loro gameti sessuali come una risposta diretta agli ormoni sessuali presenti nel sangue della femmina.

Fondendosi in modo definitivo con il corpo delle femmine il maschio della rana pescatrice non perde tempo per cercare le femmine ad ogni periodo di accoppiamento. Come risultato, ogni volta che la femmina entra nel suo periodo fertile, viene fecondata dal seme del maschio, senza dipendere dall’incontro con essi.

Ora che sapete questa stranezza, durante le nostre immersioni, guarderete diversamente le rane pescatrici?

Non è necessario, perché la nostra Coda di Rospo (Lophius piscatorius) non pratica parassitismo diversamente delle cugine abissali.

Comunque, anche se poco romantica la modalità di accoppiamento parassitica di molti Lofiformi, è sensata dal punto di vista evoluzionistico per via delle caratteristiche dell’habitat degli abissi, cioè la carenza di cibo e la difficoltà di incontrarsi tra individui di sesso opposto. Infatti attaccandosi per sempre a una femmina, i maschi di Lofiformi non devono più occuparsi di procacciarsi il cibo da soli perché ricevono nutrimento dalla propria compagna, mentre la femmina riduce gli spostamenti che dovrebbe compiere per trovare un maschio, che in un ambiente freddo come gli abissi comportano un gran dispendio di energie.

 

 

Autore: Filippo Ioni; revisione: Manuela Casalboni
Autore del disegno: Tomoz alias Federico Bandini 

L’Aquila | 6 Aprile 2009 – 6 Aprile 2021

Oggi ricorre il dodicesimo anniversario della tremenda sequenza di scosse sismiche che devastò la Regione Abruzzo ed in particolar maniera la Città dell’Aquila e relativa provincia. Purtroppo perirono 309 persone e gran parte della popolazione fu sfollata. Tutt’ora si possono ancora vedere i segni di quel sisma: Paesi interi abbandonati, fabbricati lesionati e mai più ristrutturati, attività chiuse per sempre.

Noi ricordiamo quel periodo di dodici anni fa con grande dolore, ma anche con grande orgoglio, convinti di aver dato tanto a quella gente ed anche a noi stessi, seppur con un minimo contributo..

Diversi nostri Soci si recarono a più riprese, sia nel campo di accoglienza di Piazza d’Armi in L’Aquila, sia nel più modesto campo di Villa S. Angelo, interamente gestito per sei lunghi mesi dal Coordinamento di Rimini.

Non fu un’esperienza facile per i Volontari, alcuni di noi si recarono già sul posto nei primi giorni dell’emergenza, quando ancora si cercavano le persone sotto alle macerie e risultava prioritario costruire un grande piazzale per allestire le tende della Protezione Civile. I nostri turni duravano una settimana e riguardavano le più svariate mansioni, alcuni si occupavano della cucina, a fornire centinaia di pasti agli sfollati ed ai soccorritori, altri si occupavano della logistica, della manutenzione e della continua trasformazione dei campi, per cercare di dare il massimo confort a quelle povere famiglie.

<<Ricordo uno dei primi turni che feci a Villa Sant’Angelo>> racconta Michele <<Il mio ruolo fu di operatore nel container della segreteria d’emergenza, tuttavia sfruttai spesso le mie competenze lavorative, disegnando e progettando opere e modifiche per la “Cittadella” da sottoporre al Capo Campo, a seconda delle esigenze.. Fui talmente impegnato che per una settimana intera mai vidi il paese devastato a meno di 200 metri da noi; lavoravo incessantemente dalle 7 alle 21..>>, ed ancora <<le ferite ed i lutti subiti erano ancora freschi e le persone venivano continuamente in segreteria a cercare ogni piccolo conforto.. E’ stata dura, psicologicamente, assecondare queste persone>>..

Esperienze che segnano, molto dure. Ed anche esperienze che ci fanno crescere, se pensiamo di aver passato almeno sei mesi in tanti turni, dalla posa e costruzione dei primi campi di accoglienza, alle prime edificazioni delle casette in legno, dove finalmente la popolazione poté passare il rigido successivo inverno.

Le ferite del terremoto dell’Abruzzo sono ancora evidenti. Sono trascorsi dodici anni, sono avvenute in seguito tante altre emergenze (e pure due importanti altri terremoti), però quelle persone si ricordano ancora di noi (i subacquei che pelano le patate) ed ogni tanto vengono pure a trovarci..

Il mare d’inverno

Il mare d’inverno…ne subiscono il fascino, chi più chi meno, un pò tutti. Ma con il freddo non sono mai riuscita ad avere un rapporto idilliaco.

Eppure eccomi lì, in barca, alla fine di marzo.

In Croazia, a Medulin. Siamo arrivati ieri sera, con una gran voglia di immergerci in un nuovo punto del nostro Adriatico.

Medulin è famosa per la sua spiaggia bellissima, ma oggi si fa fatica a ricordare l’estate. Siamo nel punto di immersione di Uvala Polje. Giornata grigia, cielo grigio, mare grigio. Stretta dalla mia stagna che spero faccia il suo dovere.

E poi arriva il momento, ci prepariamo, erogatore in bocca, passo del gigante…ok, giù.

Per i primi metri è il paesaggio lunare a impressionare, rocce frastagliate, spaccature e blu notte sullo sfondo. Non c’è il sole e la luce non illumina il fondale cadendo dall’alto, ma anche così è bellissimo. Cerco di non pensare al freddo che mi ha paralizzato la faccia, comincio a guardare ogni centimetro di quello che mi scorre di fianco e sotto.

Flabelline, scorfani, esplosioni di spugne, alghe…sto passando su un piccolo pianoro ricoperto di sabbia quando di alga ne vedo una veramente strana. Sembra un rametto fiorito, dritto in mezzo alla sabbia…e in quel momento sento il mio compagno, un po’ più su di me, che inizia a gridare sott’acqua e a fare un segno circolare intorno a quell’alga. Non lo capisco. Mi dice di salire un pò e affiancarlo, e poi con la torcia disegna un contorno sulla sabbia…e la vedo! Una rana pescatrice! Non ne avevo mai incontrata una!

E’ ricoperta dalla sabbia, ma sporgono gli occhi e subito sotto si vede la bocca messa di piatto.

Quella che avevo scambiato per un’alga in realtà è l’illicio, il primo raggio della sua spina dorsale. E’ l’esca che usa per attirare le sue prede facendolo sfarfallare davanti alla bocca.

Inizio ad agitare la torcia per chiamare chiunque ci sia lì intorno. Ci raggiunge subito Filippo, quel giorno stranamente senza macchina fotografica. Inizia a stuzzicarla per farla muovere e, ci spiegherà dopo in barca, per cercare di farle aprire la bocca. Ma lei si muove soltanto tornando subito ad appiattirsi sul pianoro.

Restiamo intorno a lei a guardarla, la sabbia non la ricopre più e possiamo vederla per intero.

I colori mimetici le permettono di confondersi con l’ambiente. La sua testa è grande, larga e piatta, in confronto il resto del suo corpo sembra insignificante, più sottile e più piccolo. La sua evoluzione l’ha portata ad avere questo aspetto così strano per facilitare la sua capacità di distendere la mascella e lo stomaco e poter ingoiare prede grandi fino al doppio delle sue dimensioni.

No, decisamente il mare d’inverno non mi ha delusa e mi ha regalato un’altra prima volta memorabile.

 

Autore del testo: Virna Marcacci
Autore della Foto: Giacomo Giovannini

Il Gamberetto Fantasma Cuore

In questo momento che ci è vietato quasi tutto, pensare di fare un’immersione sembra un sogno irrealizzabile. Freddo acqua non troppo pulita poco importa, vogliamo andare in acqua.
Allora sfoglio il mio logBook e mi cade l’occhio su un’immersione di marzo.

In superficie l’acqua era torbida, i fiumi hanno riversano tantissima acqua dolce per le intense precipitazioni, ma sotto il primo strato scuro e limaccioso la visibilità migliora tantissimo e invoglia a fare tante immersioni.
La temperatura è decisamente bassa, sui minimi stagionali, ma sul fondale la vita non è completamente in letargo. Sugli scogli si incontrano tanti tipi di anemoni, “Cereus pedunculatus” l’anemone margherita conosciuta anche come anemone e calice, “Phymanthus pulcher” l’anemone disco e “Anemonia viridis” l’anemone capelli di serpe.

Il freddo accorcia di molto l’immersione, 11 gradi scarsi. Facendo rotta verso l’ormeggio decido di fare una capatina allo scoglio di Filippo ed ecco il colpo di fortuna al riparo proprio di un anemone è scovo un piccolo il gamberetto il fantasma cuore.

Il Periclimenes amethysteus è, fra le diverse specie di gamberi che possiamo trovare nel Mediterraneo, quello che ha senza dubbio l’aspetto più simile a quello dei cugini tropicali. La sua livrea lo rende invisibile ad occhi inesperti anche se con un po’ di attenzione ogni subacqueo può ammirarlo dal vivo, cercandolo con pazienza tra i tentacoli di qualche anemone urticante.
È una specie modesta, poco abbondante e difficile da individuare, per cui si sa ancora poco sulla sua biologia. Dalle osservazioni fatte finora si può dire che sia un gamberetto poco attivo negli ambienti fotofili e frequente sui prati di Posidonia, ma anche in zone sabbiose o coralligene, per lo più associato agli anemoni tra cui Anemonia viridis e Aiptasia mutabilis.

Le caratteristiche macchie di colore variano molto in base all’età, infatti gli adulti sono più colorati dei giovani. Nonostante le colorazioni varie di questa famiglia, sono presenti solo tre pigmenti: uno bianco-giallastro localizzato nei cromatofori, uno viola diffuso nell’epidermide e uno rosso granato, mentre tutti gli altri colori visibili sono il risultato delle diverse miscele di questi tre pigmenti.

Non c’è un adattamento cromatico fisiologico al colore di sfondo. Tuttavia è stato osservato che il pigmento bianco è completamente disperso durante il giorno e retratto durante la notte, mentre il pigmento viola svanisce di notte. In questo modo l’animale, che presenta colori vivaci alla luce del giorno, diventa quasi trasparente nelle ore notturne.

Il fantasma è uno dei soggetti preferiti dei fotografi, che ne immortalano spesso la caratteristica livrea a forma di V simile al cuore che si disegna ovunque quando si è innamorati.

 

Autori del testo: Filippo Ioni, Sofia Pesaresi
Autore della Foto: Matteo Celli