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La Mormora un pesce in pigiama

Piano piano il tempo mette al meglio, passeggiando a riva si comincia a vedere un mare sempre più azzurro, il prossimo fine settimana finalmente si porta rientrare in acqua.

Osservo un pescatore, ha appena preso una mormora all’amo. E la mente va alle innumerevoli notturne fatte proprio lì alle scogliere di Viserba. Quante mormore curiose sono state il soggetto dei miei scatti.

La mormora è un pesce molto elegante e signorile, conosciuto anche come marmora, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia delle Sparidae, come il dentice ed il sarago.

La mormora ha un aspetto molto particolare, il corpo è ovoidale, la testa è grande e gli occhi sono piccoli, è  munita di denti robusti, con una lunga pinna dorsale. Il colore è grigio argentato, è più chiaro sui fianchi e tiene 12-14 bande verticali più scure, che lo rendono inconfondibile. La pinna dorsale è una sola, dotata di robusti raggi spinosi nella parte anteriore e di raggi molli nella parte posteriore.  La sua lunghezza massima può essere di 40-50 centimetri, con un peso che può raggiungere il chilo e mezzo.

Le mormore si trovano lungo le coste di ogni mare italiano, a 20-30 metri di profondità, vivono in branchi, si nutrono di anellidi, molluschi e crostacei, scovati nella sabbia, e si riproducono in primavera e in estate. Il suo habitat naturale è la sabbia, vive in corrispondenza di spiagge ma non disdegna gli scogli dove ci sono strati di alghe morte.

Sopporta anche l’acqua con bassa salinità, quindi si può trovare anche negli estuari dei fiumi. Diciamo che la mormora è un pesce bonario e tranquillo, non le va a genio la confusione, e se non sente rumori di bagnanti, arriva anche a pochi metri dalla battigia.

Il Mormora vive mediamente dai 10 ai 12 anni: nella prima fase della sua vita tende ad aggregarsi ad altri suoi simili, con i quali forma banchi anche molto numerosi. Con l’avanzare dell’età, però, ogni esemplare si affranca dal proprio banco per condurre un’esistenza più indipendente e solitaria.


Autore Testo e Foto: Filippo Ioni

Sarago fasciato di notte

Passeggiando sulla spiaggia ora vediamo un mare molto agitato, sono ramai una decina di giorni che le burrasche si susseguono e rendono l’orizzonte una distesa biancastra e spumeggiante. La pace e il caldo estivo stanno svanendo facendo posto a acque sempre più fredde. Ma cosa sta’ succedendo laggiù sul fondale delle Piramidi?

Mi immagino un ambiente turbolento, con sballottamenti di qua e di là. Come sopravvive la vita ora? che cambiamenti vedrò quando riuscirò di nuovo ad immergermi?

Di sicuro molto del pesce sarà migrato in acque profonde, più calme e calde. Di solito in ottobre si assiste al passaggio dei cefali che in massa per un mesetto soggiornano tra i castelli per poi sparire verso dicembre. E poi tanti tanti Saraghi che si fanno facilmente avvicinare, forse perché intorpiditi dalle acque più fredde. Questi ultimi a breve si rintaneranno e spariranno per l’inverno.

Il sarago è sicuramente uno dei pesci più diffusi e più pescati lungo tutte le coste italiane. Oltre ad essere ambite prede dei pescatori sono anche i soggetti preferiti di molti fotografi subacquei.

In realtà il sarago si divide in diverse varietà: il sarago maggiore è il più ricercato, infatti raggiunge la taglia maggiore sfiorando negli esemplari più grossi i 2 kg. Altra varietà molto pregiata di sarago è il sarago fasciato, anche se difficilmente raggiunge taglie superiori al 1/2 kg, spesso le due varietà vivono e si catturano negli stessi branchi, anche se il fasciato è meno diffidente del suo cugino maggiore. Altre varietà di sarago sono il sarago sparaglione, da noi detto sparlo, diffusissimo, forse il più comune, purtroppo la sua taglia è notevolmente inferiore a quella dei suoi parenti stretti. Ci sono poi il sarago pizzuto e il sarago faraone, entrambi poco diffusi.

Probabilmente il più diffuso e il sarago fasciato (D. vulgaris), chiamato da alcuni anche “testanera”. Si caratterizza, oltre che per la tipica striscia scura sul peduncolo caudale, anche per un’evidente striscia che dal capo scende sui fianchi. Forma gruppi numerosi, all’interno dei quali sono ospitate talvolta  anche altre specie di pesci.

Il Sarago fasciato (Diplodus vulgaris)  è un pesce della famiglia degli Sparidi. Ha un corpo ovale compresso lateralmente e piuttosto alto, con grosse scaglie. Bocca piccola munita nelle due mascelle di otto incisivi stretti lievemente inclinati e seguiti da due file di molari arrotondati. Occhi abbastanza grandi. Pinna dorsale unica con 11/12 spine anteriormente e 14/15 raggi molli. Anale con 3 spine e ventrali con una spina. Pettorali lunghe e falciformi. Colore argenteo, dove risultano nette le due fasce nero-brune della parte anteriore del corpo e della parte codale. La fascia posteriore circonda il peduncolo codale. Presente in tutto il Mediterraneo. Vive in prossimità della costa sui fondi, rocciosi ma in vicinanza delle zone sabbiose.

 

Autore Articolo e Foto: Filippo Ioni

Magnosella (Scyllarus arctus )

Vi è mai capitato durante le vostre immersioni alle piramidi di incontrare uno strano crostaceo. Molto mimetizzato, ma che se disturbato guizza via di scatto con un susseguirsi di contrazioni del corpo. Durante le immersioni di corso notturna ne abbiamo incontrati deversi uno addirittura in acqua libera, probabilmente attirato dai nostri fari.

La ‘Magnosella’ è un crostaceo di medie dimensioni dal corpo tozzo e robusto, parente dell’aragosta, ma a differenza di questa manca delle lunghe ed eleganti antenne, mostrandone invece due molto corte e piatte. Queste appendici vengono usate negli scontri tra individui per capovolgere l’avversario, infilandole sotto il suo corpo per poi utilizzarle come leva. Sembra anche che queste antenne possano venir utilizzate per staccare dalle rocce i molluschi di cui è particolarmente ghiotta. La Magnosella viene anche chiamata ‘cicala di mare’ a causa del suono che produce una volta fuori dall’acqua e che ricorda proprio il frinire delle cicale (di terra). Questa specie viene spesso confusa con la ‘sorella’ più grande, la ‘Magnosa’ o ‘Cicala grande di mare’ (Scyllarides latus) da cui si distingue soprattutto per le dimensioni: la Magnosella raggiunge al massimo 16 cm di lunghezza, mentre la seconda può arrivare a 45 cm e addirittura a 2 kg di peso.

Sono entrambe specie rare e protette a livello internazionale, in quanto la pesca e il depauperamento dell’ambiente ne ha sensibilmente ridotto le popolazioni.

 

Autore Testo e Foto: Filippo Ioni

Esercitandomi col Balestra

Ogni tanto anche lo staff istruttori torna a scuola, mantenersi aggiornati è importante e la nostra federazione puntualmente ci incita a recepire le novità.

Lo scorso fine settimana i vertici della didattica Romagnola si sono visti qui alla Gian Neri per un’esercitazione comune, obbiettivo provare nuovi esercizi e metabolizzare nuovi concetti per una didattica sempre più al passo con i tempi.

Fieri li portiamo alle nostre Piramidi speranzosi di poter mostrare quelle che per noi non è solo un campo scuola ma un punto di immersione che sempre più spesso regale emozioni e nuovi incontri.

Le condizioni dell’acqua non erano il massimo, peccato, ma non è detto magari una sorpresa e dietro l’angolo.

Decido di affrontare l’esercitazione accompagnato dalla mia inseparabile macchina fotografica, mi dico, visto che comunque me la porto sempre dietro è giusto che io sia capace a gestire gli esercizi e l’assetto anche con una mano in meno e un peso in più. E’ evidentemente una difficoltà, ma l’incontro speciale non aspetta e se non sei pronto con la macchina le occasioni si perdono.

E manco farlo apposta, ho la riprova delle mie affermazioni.

Come punto scegliamo un castello un po’ in periferia in modo da lasciare quelli più vicini a chi conosce meno il sito. Una bellezza fare gli esercizi tra banchi di Boghe e Cefali, ma appunto l’occasione da non perdere arriva. Tra le boghe un mansueto pesce balestra fa capolino; di solito sono schivi e irrequieti, ma questa volta no, se ne stava lì a guardarci mentre facevamo gli esercizi come a non capire bene cosa stessimo facendo.

Non interrompiamo l’esercitazione, ma alla fine quando oramai abbiamo provato tutto, accendo la macchina fotografica e mi metto in agguato sperando di poter fare un buon scatto. La visibilità non aiuta, ma lui è meno timido del solito e si avvicina sempre incuriosito.

Dedico quindi gli ultimi minuti a dimostrare che le immersioni didattiche non sempre sono noiose, ma anzi spesso riservano piacevoli sorprese.

Il pesce Balestra, nel Mediterraneo, rappresentato da una sola specie dalla forma inconfondibile. “Balister Carolinensis”.

Ha corpo ovale, molto compresso lateralmente e piuttosto alto. E’ ricoperto di pelle spessa, cuoiosa e armata interamente di placchette a losanga, che formano una specie di corazza. La testa termina con un muso appuntito. Le aperture branchiali sono ridotte a delle fessure inclinate, situate poco al disopra dell’inserzione delle pinne pettorali. L’occhio è piccolo, situato molto in alto verso il profilo superiore della testa e da esso parte un solco diretto in avanti. Le aperture nasali sono piccolissime, di forma rotonda e situate molto vicine al margine anteriore dell’occhio. La bocca è piccola, con labbra grosse e carnose e porta sulla mascella superiore due file di denti accostate tra loro. Nella mandibola è presente una sola fila di otto denti di cui i centrali più robusti.

Le pinne dorsali sono due. L’anteriore è formata da tre spine che si possono ripiegare indietro alloggiandosi in un solco dorsale. La posteriore è ampia e a ventaglio, molto simile alla anale alla quale è opposta.
La colorazione va dal grigio piombo a grigio azzurrastro, con riflessi verdastri sui fianchi e biancastri sul ventre. Sul dorso grigio violaceo.

Qui per Rimini è considerato un alieno, cioè una specie non autoctona, ma tipica di mari più temperati come il Mar Rosso e il mediterraneo del sud, quello che bagna l’Egitto, la Turchia.

 

 

 

 

Autore Testo e Foto: Filippo Ioni

La Grande Cernia

Gli scambi di immagini rubate a Portofino continuano a girare tra i gruppi di WhatsApp; la soddisfazione dei nuovi sub nel vedere il ricco mare della riserva marina riecheggia facendo da stimolo per l’iscrizione ai nuovi corsi.

Ci sarebbe modi di parlate di tanti soggetti, ma è di dovere lasciare uno spazio di primo piano alla Grande Cernia. Fabio e Desi l’hanno inseguita cercando di strappare un’immagine da conservare tra i più cari ricordi. La cernia bruna rappresenta, da anni, un pesce simbolo del Mediterraneo.

Agli albori della subacquea, negli anni ’50, i primi pescatori subacquei sportivi iniziarono ad esplorare il “mondo del silenzio” cacciandola senza tregua, ancora la pesca con le bombole e fucile era consentita. Le cernie brune, che possono vivere fino a 50 anni, raggiungere i 150 cm e 90 kg di peso, diventarono la preda più desiderata dal subacqueo dedito alla pesca in tana.

Pesce stanziale, molto longeva, e purtroppo lenta nel raggiungere la maturità sessuale, la cernia è un ermafrodita proteroginico: nasce femmina e diventa maschio, all’occorrenza, dopo i 12 anni. Quindi le cernie di grandi dimensioni sono spesso individui maschi e sono tra le prede più ambite dai pescatori subacquei alterando il processo di riproduzione delle popolazioni costiere.
Per le sue carni pregiate, la cernia ha assunto presto un importante valore per la pesca commerciale, rendendola oggetto di pesca intensiva ed indiscriminata.

Alla fine degli anni’90, a causa dell’eccessivo sfruttamento commerciale, dell’aumento dell’inquinamento, e per il complesso processo di riproduzione, le popolazioni di cernie lungo le coste del Mediterraneo divennero sempre più rare.
Nel 1995 è inclusa nel protocollo sulle “Aree Specialmente Protette e la Biodiversità in Mediterraneo” della “Convenzione per la protezione dell’ambiente marino e la regione costiera del Mediterraneo” (Convenzione di Barcellona). Dal 2004 compare tra le specie a rischio della Red List dell’IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura).

La Cernia icona del rapporto tra l’uomo e il Mediterraneo, con il passare del tempo diventa il simbolo del mutato rapporto tra sub e il mare.

Alla fine degli anni ’80 sono state istituite le prime aree marine protette in Italia, nel 1999 quella di Portofino, inizia un’epoca segnata da una nuova coscienza ambientale, si comprende che le risorse sono esauribili e che la biodiversità è una ricchezza da tutelare.

L’eco turismo ha dimostrato che la natura genera benefici economici enormi, le aree marine protette attraggono migliaia di subacquei ogni anno. Per la sua longevità, per le imponenti dimensioni che raggiunge e per la curiosità nei confronti dei subacquei, la cernia ha un valore ben maggiore come soggetto da osservare e fotografare ogni giorno, piuttosto che gustata a tavola da pochi commensali in una serata al ristorante.
Grazie alle misure di protezione, le cernie fortunatamente sono tornate a ripopolare le coste del mediterraneo.

E’ confortante sapere che oggi, ad esempio a Portofino, i giovani subacquei hanno la possibilità di immergersi nel mare nostrum, e osservare il pesce simbolo dell’effetto riserva, la cernia bruna, che da ambita preda è tornata ad essere predatore, ripopolando un ambiente dove l’uomo è un curioso spettatore, e l’unica arma di cui si dota è l’obiettivo fotografico.

 

Autore Testo: Filippo Ioni
Autori Foto: Desirè Zandoli e Fabio Buda

I Dentici

Osservo il mare calmo e penso alla grande fortuna di chi questo fine settimana e scappato a Portofino; chissà quante belle immersioni. Incuriosito di come sta andando scrivo chiedendo come va e quale pesce ha colpito di più la sete di conoscenza. Come primo nome compare il Dentice, che invidia, ricordo ancora gli esemplari maestosi incontrati alla secca dell’Isuela. La foto dell’articolo è stata scattata proprio in quella immersione.

Il dentice è un pesce che appartiene alla famiglia degli Sparidae; nome scientifico DENTEX DENTEX.

Può raggiungere ragguardevoli dimensioni, anche 16 e più chilogrammi. Parente stretto del sarago, dell’orata, del fragolino, ma anche della più umile boga.

Basta guardarlo per percepire dal suo sguardo, apparentemente accigliato, e dalla conformazione della bocca l’indole di predatore potente. I denti acuminati, molto simili a dei canini, sono stati concepiti da madre natura per catturare in corsa prede in movimento.

Il dentice è un pesce demersale, ovvero che trascorre la maggior parte del suo tempo in prossimità del fondo, perché è lì che prevalentemente preda e si nutre. Ma non disdegna scorribande in quota, quando ha l’opportunità di predare alici e sardine messe già sotto pressione da altri predoni, o catturare sprovveduti pesci in evidente difficoltà, che avvista più in alto. Le zone frequentate sono decisamente quelle in prossimità degli scogli e delle variazioni batimetriche rocciose.

Ha caratteristiche fisiche simili all’orata. Per non confonderle occorre sapere che il Dentice ha una bocca più grande e una fronte più dritta che conferisce al pesce l’espressione imbronciata tipica del dentice. La bocca, che dà al dentice questo nome, è grande e i denti come dicevo sono a forma di canini.

Durante il periodo della giovinezza, il pesce presenta delle pinne nere e una colorazione bruno-azzurra. Arrivato all’età adulta, il dentice perde il colore marrone per arrivare al colore grigio-azzurro con punti blu e neri (questi ultimi, svaniscono nel momento in cui l’animale muore). Ha un accrescimento lento e un pesce che supera i dieci kg è prossimo ad avere una trentina d’anni.

Come tutti i predatori è un solitario, ma fa eccezione durante la stagione degli accoppiamenti, quando maschi e femmine si ammassano in punti specifici per le usuali danze nuziali. Per quanto riguarda l’alimentazione possiamo asserire che il dentice è proprio uno dai gusti semplici e, se vivesse in terra, potrebbe essere definito onnivoro. Diciamo che per l’indole, l’aspetto e le reazioni dopo la cattura, più volte ci è viene di paragonarlo ad un cinghiale e l’esempio è quanto mai calzante. La sua dieta è fatta di piccoli pesci e piccoli crostacei, piuttosto che di calamari e seppie come molti pensano. Si nutre anche di animali morti che intercetta sul fondo.

Autore Testo e Foto: Filippo Ioni

Mi crederete sulla parola?

I fatti: Domenica uscita alle piramidi, è una bella giornata di sole, ma le prospettive sono quelle di incontrare acqua torbida, infatti nella notturna infrasettimanale la visibilità era pessima.

Preparo i ragazzi al peggio e nel brefing di gommone comunico che organizzeremo l’immersione in conseguenza di una preliminare controllo della visibilità.

Mi tuffo e subito il morale dentro di me sale, si vede subito che l’acqua è buona. Avviso tutti i ragazzi e mi faccio passare la cima bianca per sagolare la discesa come al solito. Giù la testa e pinneggio vedendo facilmente a una decina di metri da me il punto da sagolare, quando, non ci posso ancora credere, vedo svolazzare un trigone proprio li dove sono diretto. Sono super esaltato, mai visto alle Piramidi, anche se in Adriatico è presente e non rarissimo. Esco in fretta a prendere la macchina fotografica, ma nulla è stato un fugace incontro.

Allora mi credete? Non ho le prove, ma solo la mia grande gioia di aver fatto un altro incontro nuovo, li alle nostre Piramidi.

Pastinaca o Trigone comune – Dasyatis pastinaca

L’Arzdora la chiama il cappello del vescovo. Ha caratteri morfologici come il corpo a disco piatto di forma romboidale, muso a punta, spiracolo dietro l’occhio. Una coda a frusta, lunga 1-1,5 volte il disco provvista di un robusto aculeo velenifero. Il colore appare grigiastro sul dorso e biancastro sul ventre. Lungo fino a 150 (250) cm. Vive sui fondali sabbiosi-fangosi e detritici in genere da 5 a 60 m di profondità, ma anche sino a 200 m, affossandosi nel substrato. Si può anche allontanare dal fondo e giungere in superficie. E’ Vivipara aplacentale, si nutre di pesci, crostacei e molluschi bentonici.

 

Autore: Filippo Ioni
Autore Immagine: Maurizio Costa

Alle Piramidi sono arrivati gli Spirografi

Presente in tantissimi siti d’immersione, ma mai avvistata prima alle nostre Piramidi. Segno che il nostro mare è sempre in cambiamento, con sorprese sempre in agguato.

Ma torniamo al nostro animaletto.

Certamente nel 1770, durante i suoi studi sulla fauna marina, il naturalista Lazzaro Spallanzani mai avrebbe immaginato che lo strano animale che stava esaminando, sarebbe stato oggetto di tanta attenzione da parte dei fotosub del nostro secolo. Lo spirografo, infatti, con i suoi lobi branchiali formati da filamenti simili a piume, che si dispiegano alla corrente in molteplici colori e sfumature, se ripreso a distanza ravvicinata dà origine a suggestive immagini “pirotecniche”, di grande efficacia.

Di sicuro tutti i subacquei lo conoscono, non passa inosservato e non troppo schivo quindi facile da osservare. E’ un verme  marino, è una specie bentonica sessile. Colonizza fondali rocciosi scarsamente illuminati ma anche fondali molli, sabbie e limi nelle aree portuali con acque ricche di sostanza organica e plancton.
Lo spirografo è un anellide che vive in un tubo morbido formato dal muco secreto dall’animale. Il corpo è formato da segmenti (fino a 200) e non è attaccato al tubo in modo che l’animale possa uscire. Un pennacchio di filamenti (fino a 300 setole) variegato e striato di bianco, giallo o marrone, attaccato all’articolo davanti alla bocca, esce dal tubo e si ritrae al minimo allarme. Questo pennacchio è composto da due lobi , uno dei quali si snoda in un’elica. Il tubo e il pennacchio sono le uniche due parti visibili.
Il pennacchio brachiale a spirale che sporge dal tubo ha un ruolo respiratorio e costituisce branchie esterne. D’altra parte, questo pennacchio ha un ruolo nutritivo che intrappola le particelle in sospensione nell’acqua. La dimensione del tubo varia da 30 a 60 cm con un diametro compreso tra 10 e 25 mm.
Sabella spallanzanii è il più grande verme a tubo delle nostre coste. La dimensione del pennacchio può raggiungere un diametro di 15 cm, il numero di giri del pennacchio varia con l’età, da 1 per un giovane a 6 per un verme adulto.

E’ un organismo “piuttosto di successo” come una specie invasiva e come specie filtratrice in concorrenza con specie autoctone, come ostriche e cozze.

Può essere considerato un bioaccumulatore di batteri e ha un profondo effetto sull’ambiente batterico marino. I microbi si accumulano nel verme e sono presenti a concentrazioni molto più elevate nei suoi tessuti che nell’ acqua circostante e questo significa che può essere utilizzato come bioindicatore. E’ efficiente a filtrare i Vibrio spp. batteri patogeni per i pesci e frutti di mare che possono causare malattie di origine alimentare nell’uomo. Può anche potenzialmente essere utilizzato per la bonifica di acque inquinate. Una Buona notizia per le nostre piramidi.

Comunque sia è un verme dal nome importante. Infatti gli è stato dato il nome di un ricercatore importate. LAZZARO SPALLANZANI, uno scienziato proteiforme. I suoi orizzonti scientifici furono molto vasti e abbracciarono la Biologia, Geologia, Mineralogia, Chimica, Fisica, Meteorologia, Climatologia, Idrologia e Paleontologia. Fu, insomma, un vero “filosofo della Natura”, come si diceva a quel tempo. Ma, per le sue importanti ricerche e scoperte, è unanimemente riconosciuto come il padre della Biologia moderna. Scoprì il succo gastrico e dimostrò come il processo digestivo non consista solo nella semplice triturazione meccanica del cibo, ma anche in un processo chimico che avviene nello stomaco, necessario per consentire l’assorbimento delle sostanze nutritive. Effettuò ricerche sulla fecondazione artificiale usando uova di rana e di rospo. Sperimentò la rigenerazione di organi tagliando lombrichi, idre, salamandre, girini e lumache. Studiò la criptobiosi, che è uno stato di vita con assenza di metabolismo nel quale entrano alcuni organismi (Tardigradi, per esempio) se si trovano in condizioni ambientali avverse. Dimostrò sperimentalmente l’esistenza dei capillari e degli scambi gassosi respiratori nel sangue.

 

Aurore testo: Filippo Ioni revisione Manuela Casalboni
Autore foto: Filippo Ioni

Una caccia durata un mese

Era dalle prime immersioni di luglio che osservavamo delle strane ovature, dapprima sulla P2 ma poi in altri manufatti chiara presenza di un gasteropode, ma quale?

Tante erano le supposizioni, poi sfogliando il libro di Attilio Rinaldi ho la risposta: sono uova di Berthelle. In particolare dovrebbero essere di Berthella stellata, la corrispondenza delle immagini non lascia dubbi. Per di più, Attilio nel libro le associa ad una mia foto dell’animale fatta a Numana.

Io qui alle Piramidi non ne ho mai viste, devo trovarla.

Mi sfugge, immersione dopo immersione comincio a perdere ogni speranza, quando Matteo, il grande Matteo mi dice di averla vista alla P1. Mi dico: “allora c’è”. Alla prima occasione mi fiondo a cercarla, ero con un’allieva di primo grado, molto interessata al mio ravanare, ma incredula quando gli ho mostrato quel piccolo esserino, erano addirittura una coppia. Aspetto di concludere l’immersione di corso poi mi fiondo a fotografarla meglio, sono soddisfatto, grazie Matteo.

La berthella stellata  è un Mollusco Gasteropode Heterobranchia, parente stretto dei nudibranchi.

E’ un notaspideo  di discrete dimensioni rispetto alle cugine gialle, più facili e comuni da individuare. La sua colorazione non omogenea ma screziata, passa dall’arancio al rosa ed al rosso tenue. Come la cugina gialla anche la bertella stellata si nutre di spugne.

I notaspidei hanno caratteristiche comuni come un mantello che contorna la regione viscerale ove hanno sede le branchie per la respirazione, l’ano, le aperture genitali. Ha una conchiglia interna o esterna o qualche volta solo un residuo di conchiglia.

In particolare la Berthella stellata ha una forma ovale leggermente bombata e può raggiungere una lunghezza di circa 20 mm. Ha un mantello traslucido biancastro o bruno dorato attraverso il quale si possono vedere il guscio interno sottile e appiattito, e la massa viscerale brunastra. I rinofori sono tubolari e divisi lungo la loro lunghezza;  la radula si estende ben oltre il piede ed è dello stesso colore del resto dell’animale. La superficie del mantello è finemente reticolata con linee bianche che circondano le basse zone rialzate. Al centro della superficie dorsale c’è una croce bianca, con brevi linee diagonali bianche che si trovano tra i bracci della croce; questi segni sono più visibili negli individui giovani.

 

Autore testo e foto: Filippo Ioni

Ufo

Uscita di corso Notturne: una garanzia di divertimento e rilassatezza. Tanta voglia di dimenticare il caldo torrido per un’oretta di refrigerio laggiù alle nostre Piramidi. Nessuna particolare aspettativa, sul fondo la visibilità non è delle migliori, ma le allieve sono brave e riesco a rilassarmi. Stavo spulciando palmo a palmo i manufatti, per mostrare qualche cosa di interessante, quando, all’improvviso, dalle nebbie spunta un ufo con quattro pinne. Sono incredulo, lo osservo bene, ma non ho abbastanza tempo di sistemare la macchina fotografica per fare uno scatto. Sono sicuro di quello che vedo, ma inizio ad urlare per attirare l’attenzione delle mie compagne d’immersione. Ho bisogno di un riscontro per essere creduto.

E qui mi fermo, lasciandovi in suspense e passando la narrazione alle parole della mia compagna d’immersione Chiara, che ricorda:

Partiamo per un’immersione notturna in una calda serata di inizio agosto. Un inaspettato vento di scirocco fa saltare il gommone sulle onde. Come di consueto arriviamo al nostro ormeggio alle Piramidi e, dopo esserci goduti un aperitivo al tramonto, scendiamo con la cima alla P1.

Iniziamo l’immersione con una visibilità non ottimale e dopo aver incrociato alcune granceole perfettamente mimetizzate, continuiamo l’immersione lasciando la P1 alle nostre spalle.

 In corrispondenza della P12, improvvisamente gli urli di Filippo e sotto di noi appare un grande dorso arancio-marrone reso luminoso dalle nostre torce accompagnato da due grandi pinne che non hanno lasciato spazio a dubbi, avevamo appena avvistato un tipico esemplare di tartaruga Carretta Carretta. La gioia per questo inaspettato quanto fortunoso incontro è palpabile e la portiamo con noi per tutto il resto dell’immersione, anche se si è trattato soltanto di un attimo, vedere questo bellissimo animale nel suo habitat è un’emozione unica.

E si ho la testimone, il mio ufo altro non era che una tartaruga marina. Mi era già capitato di incontrarla alle piramidi, quella volta ero riuscito a fotografarla in diversi scatti tra qui questo dell’articolo, ma era decisamente più piccola.

 

 

La tartaruga comune Caretta caretta

Quadro sistematico: Classe: Rettili Sottoclasse: Anapsidi Ordine: Cheloni Sottordine: Criptodiri Famiglia: Chelonidae

Tra le tartarughe marine presenti in Mediterraneo, Caretta caretta è la specie più diffusa. È la più piccola tra le tartarughe del Mediterraneo: può raggiungere 110 centimetri di lunghezza di carapace e un peso di 180 chilogrammi. Presenta il carapace di colore marrone-rossiccio, nei giovani è presente una carenatura dorsale dentellata. Si contano cinque placche vertebrali, 5 paia costali e circa (il numero preciso determina un importante carattere distintivo) 12 paia marginali. Il piastrone è giallastro con la testa ricoperta di squame.

 

 

 

 

Autore: Filippo Ioni e Chiara Zui
Autore Foto: Filippo Ioni