Sub Rimini Gian NeriSub Rimini Gian Neri

Immersioni al Paguro – Anno 2022

Le uscite programmate sono 8, a cui potranno aggiungersi nuove disponibilità che verranno comunicate con congruo anticipo. Sotto sono riportate le date di immersione con il giorno di apertura delle iscrizioni (di solito 10-14 giorni prima dell’immersione). Nel tentativo di accontentare tutti, le prenotazioni si svolgeranno secondo regolamento di seguito scaricabile. Le prenotazioni e le eventuali disdette dovranno pervenire a Fabio De Donato, secondo le indicazioni che riceverete puntualmente per email, whatsapp o canali social della società. Il pagamento della quota deve avvenire secondo regolamento prima dell’immersione (tramite tessera immersione o contanti a Fabio, oppure tramite bonifico sul c/c IT28U 06285 24201 CC0018055640 intestato a Sub Rimini Gian Neri).
N. DATA ORARIO BOA
1 domenica 07 agosto 08:00 A
2 venerdì 12 agosto 20:00 A
3 sabato 20 agosto 10:00 C
4 domenica 28 agosto 08:00 A
5 giovedì 01 settembre 20:00 A
6 sabato 10 settembre 08:00 A
7 venerdì 16 settembre 20:00 A
8 domenica 18 settembre 10:00 A

La morte delle Alaccie

Spesso ci chiediamo cosa ci spinge a fare immersioni in condizioni difficili, in particolare in inverno. Quando tutti pensano a noleggiare gli sci e a prenotare in montagna, qualche appassionato decide di svegliarsi all’alba, uscire di casa con il termometro a -2 e andare al Capanno per preparare il tuffo. Prima abbiamo dovuto sbrinare il parabrezza della Macchina ora dobbiamo sciogliere il ghiaccio dai tubolari per evitare di scivolare, ma a noi piace così.

Per fortuna sta’ sorgendo un tiepido sole consolatore, quando prendiamo il mare per dirigerci alle Piramidi. L’acqua sembra bella, e scendendo abbiamo una conferma, non male tenuto conto le mareggiate delle settimane scorse.

Ci giro in torno ma voi volete sapere cosa ci spinge a farlo? Be la scusa è monitorare il nostro sito, un nuovo progetto del gruppo di Biologa. Il compito del giorno: Posizionamento fettuccia metrica, prelievo acqua per le analisi e misurazione temperatura sul fondo rilevata in 8 gradi. Abbiamo visto di peggio.

Ma la verità è che siamo sempre in cerca di un’esperienza nuova, che puntualmente arriva sempre.

Questa volta siamo stati spettatori di un evento, forse triste ma decisamente particolare: “La morte delle Alacce”.

Già in navigazione avevamo notato una stranezza, tanti pesci moribondi, poi sul fondo la certezza che qualche cosa di strano è successo: un’ecatombe di pesci morti o tramortiti qua e la sulla sabbia.

Varie supposizioni, lo scarto di un peschereccio che lava le reti? Inquinamento o anossia? Poi mi torna alla mente che un’esperienza del genere mi è già capitata in passato, quando le temperature erano veramente basse 6/7 gradi. Di fatto le temperature rigide di questi giorni sono responsabili della moria di tanti pesci, di un’unica specie però, l’Alaccia  (nome scientifico Sardinella aurita), pesce azzurro più grosso della sardina e chiaro di squame, lungo circa 20 centimetri e fino a 120 grammi di peso. L’alaccia è un pesce nuovo per il nostro mare, il suo originario areale era costituito dalla fascia meridionale del Mediterraneo, quella che lambisce il Nord Africa e che a Nord non andava oltre l’Italia meridionale. Il biologo E. Tortonese, riporta come limite settentrionale di distribuzione l’isoterma media annua dei 18°C.  Da noi incominciarono a pescarle verso la fine degli anni ‘70 per poi divenire sempre più frequenti e abbondanti.

Il motivo del loro spostamento verso l’alto Adriatico è dovuto ai mutamenti climatici, che hanno riscaldato le acque marine in genere. Se a questo si aggiunge il fatto che nell’alto Adriatico abbonda il “cibo” per questi pesci planctofagi, il conto è presto fatto. Sfortunatamente però questa specie non è attrezzata geneticamente e fisiologicamente a resistere alle cosiddette botte di freddo. Vive bene fino ai 14-15°C, incomincia a perdere motilità attorno ai 10° e muore in massa quando la temperatura scende al di sotto dei 6°.

Per concludere possiamo dire che le nostre povere Sardine sono state vittime della Merla, i giorni più freddi dell’anno.

 

Autore testo e foto: Filippo Ioni

Mar Piccolo di Taranto

Quando la passione pulsa e l’amico Maurizio chiama non si può far finta di nulla. Si parte per il profondo Sud. Destinazione Taranto, in particolare Mar Piccolo

Il Mar Piccolo altro non è che una laguna costiera di poco più di 20 km², nei pressi della città di Taranto. È suddiviso in due seni di forma ellittica, il primo in comunicazione con il Mar Grande attraverso due varchi, il canale navigabile e il canale di Porta Napoli, e il secondo poco più grande e più interno. Nel bacino sfociano brevi corsi d’acqua costeggiati da preziosi ambienti umidi, come il fiume Galeso decantato da Orazio e Marziale, e rifugio di numerose specie di uccelli acquatici.

Da depressioni imbutiformi dei fondali di entrambi i seni, inoltre, sgorgano sorgenti sottomarine di fredda acqua ipogea, chiamate localmente citri, in greco caldaie ribollenti. Le sorgenti oltre ad assumere un ruolo fondamentale nel regolare la temperatura delle acque dell’intero bacino, influenzano anche la salinità, che è di poco inferiore a quella del mare aperto. L’abbondanza di sali di azoto e fosforo apportati dai corsi d’acqua, la bassa profondità e il ridotto idrodinamismo, rappresentano alcune delle peculiarità che rendono il Mar Piccolo un ambiente particolarmente produttivo in grado di sostenere considerevoli masse biologiche, dai microscopici organismi planctonici alla base delle reti alimentari marine, fino ai grandi predatori.

Proprio la pescosità delle sue acque rese il piccolo mare, il cuore della città di Taranto fin dalla leggendaria fondazione ad opera di Taras, figlio di Poseidone, giunto dal mare a cavallo di un delfino. Durante il lento scorrere della storia, Taranto visse splendori e miserie, invasioni, sconfitte, decadenze e riprese, ma è sempre esistito un forte legame tra la città e il suo bacino interno, porto naturale riparato dai forti venti dello scirocco e del libeccio, e preziosa fonte di pesce e frutti di mare. Il Mar Piccolo rappresentò anche la sede di fruttuose attività legate all’estrazione del pigmento della porpora dai murici, e alla filatura del bisso, la cosiddetta lanapinna, prelevato dalla grande pinna nobile e utilizzato per tessere stoffe pregiate.

Dal Medioevo in poi, il Mar Piccolo venne lottizzato in piscarie, aree di pesca ad uso esclusivo del proprietario, distinte l’una dall’altra e concepite alla stessa stregua dei fondi agricoli. In ogni area venivano pescati con un gran numero di attrezzi differenti ideati all’occorrenza, calamari, seppie, gamberetti, cefali, orate, spigole, triglie, anguille, e raccolte molte specie diverse di frutti di mare.

Tralasciando l’importanza del porto militare in epoca moderna parliamo ora del suo patrimonio sommerso, infatti sotto le acque calme del bacino, esiste un tesoro di inestimabile valore naturalistico e dalle caratteristiche uniche.

L’elevata biodiversità del Mar Piccolo è sicuramente la qualità più sorprendente che cozza fortemente con l’alto grado di inquinamento ambientale. Gli organismi colonizzano sia i substrati naturali (sedimenti sabbiosi e siltosi vicino le coste, fangosi più in profondità), sia i substrati artificiali.

Proprio questi ultimi sono stati trasformati dalla Natura in isole colorate, ricche di vita rigogliosa. Caotici assembramenti di invertebrati filtratori avvolgono completamente i pali dei vecchi impianti di mitilicoltura tramutandoli in poderose colonne viventi. Lo spessore dei pali viene più che triplicato dagli strati di organismi che si insediano al di sopra. Una volta terminato lo spazio disponibile, gli animali sessili continuano a crescere gli uni sugli altri, e quelli dall’accrescimento più rapido soffocano i più lenti. Lo spazio, infatti, rappresenta l’unico fattore limitante, dato che il cibo non manca. Spugne, policheti sedentari, bivalvi, cirripedi, briozoi, ascidie e gigli di mare si alimentano filtrando di continuo l’acqua del mare e trattenendo all’interno del loro corpo minuscole particelle organiche. E tra i filtratori vivono altrettanti animali, tra cui gasteropodi con e senza conchiglia, granchi, paguri, stelle marine, bavose, pesci ago e cavallucci marini. Tutti questi organismi rendono la comunità che ne deriva estremamente varia, difficile da descrivere in ogni sua parte. Difficili da individuare sono anche le molteplici interazioni tra gli organismi, dalle relazioni trofiche, chi mangia chi, alle simbiosi, alle modalità con cui vengono edificate alcune importanti biocostruzioni che a loro volta incrementano l’eterogeneità dell’ambiente.

Nel mare interno è presente anche un cospicuo contingente di specie non comuni negli altri mari del Mediterraneo, divenute rare in seguito a impatti antropici o considerate tali da sempre, alcune di queste protette dalla legislazione vigente: dalla bavosa dalmatina (Microlipophrys dalmatinus) abbondantemente presente in entrambi i seni al nudibranco Thecacera pennigera, dalle due specie di Ippocampo (Hippocampus guttulatus, H. hippocampus) alla grande spugna Geodia cydonium, dal pesce ago di Rio (Syngnathus abaster) al paguro Paguristes streaensis.

A dispetto dell’inquinamento, il Mar Piccolo è un mare in cui avviene ancora il processo evolutivo della speciazione, ovvero nascono e si evolvono nuove specie da quelle preesistenti. L’ultima descritta nel 2012 da ricercatori dell’Università di Venezia e di Bari, è una coloratissima ascidia coloniale, Botrylloides pizoni, una nuova componente della ricca comunità sessile che incrosta i pali e gli altri substrati artificiali. Il Mar Piccolo, quindi, non è un mare dove la vita si estingue per il feroce inquinamento ambientale. Qui, anzi, nascono nuovi organismi che fino a poco tempo fa non esistevano. Ciò testimonia ancor più l’importanza di questo bacino, il mare più piccolo d’Italia.

Le Immersioni

Chi si immerge per la prima volta nel mare interno tarantino avverte un senso di disorientamento perché oltre alla grande abbondanza e ricchezza di forme di vita, osserva animali strani, mai visti prima. Si tratta delle molte specie aliene giunte nel Mar Piccolo da ogni angolo del pianeta trasportate nelle acque di zavorra o incrostate sugli scafi delle innumerevoli navi che solcano i mari di Taranto, o ancora introdotte con gli animali da allevare in acquacoltura. Ascidie peruviane (Polyandrocarpa zorritensis) ricoprono rapidamente corde e altri manufatti, colorati vermi tropicali (Branchiomma luctuosum) competono per lo spazio con gli spirografi nostrani, spugne calcaree brasiliane (Paraleucilla magna) crescono al posto degli organismi indigeni. E nudibranchi bitorzoluti (Melibe viridis) provenienti dal Mar Rosso, minuscoli mitili asiatici (Arcuatula senhousia), ascidie a pois (Distaplia bermudensis) originarie delle Isole Bermuda.

Con questa lunga premessa capite bene che un fotografo naturalista non può dire di no ad un’immersione in Mar Piccolo.

Nella foto un colorato Nudibranco: Felimida luteorosea.

 

Autore Testi e Foto: Filippo Ioni

 

Inverno alle porte, ma la Bavosa non si scoraggia

Finalmente dopo più di un mese di ricorrenti mareggiate domenica scorsa c’è stata la possibilità di fare un tuffo alle Piramidi di Miramare. Non ci saremmo mai aspettati di trovare un’acqua così pulita e quindi è stata una bella sorpresa.

All’ormeggio ci rendiamo conto che c’è una corrente da nord, ma solo superficiale, infatti appena scesi la temperatura dell’acqua aumenta un po’ e la corrente cessa del tutto.

Sul fondale si cominciano a vedere i segni dell’inverno che arriva, molti pesci sono migrati o si sono rintanati per il letargo e tutto sembra apparentemente più spoglio. Sugli scogli sono presenti solo delle bavose, tenaci e resistenti anche alle basse temperature.

I blennidi (comunemente dette bavose) sono piccoli pesci bentonici che vivono nella zona intertidale e litorale. Se ne conoscono più di 650 specie distribuite in tutto il mondo, 21 di queste presenti nel Mar Mediterraneo. Sono pesci dalla pelle nuda, senza squame e viscosa, in gran parte marini, privi di vescica natatoria.

Nella foto una Bavosa mediterranea, Parablennius incognitus: corpo allungato e compresso nella zona caudale, profilo anteriore del capo molto obliquo. Tentacolo sopraorbitale formato da un unico filamento con ramificazioni posteriori più brevi, in genere più lungo del diametro oculare; altri tentacoli più corti, semplici o suddivisi, in corrispondenza della sola narice anteriore. Pinna dorsale con un incavo a metà lunghezza. La colorazione del corpo è marrone chiara o verdastra con fasce trasversali più scure con restringimento centrale e linee trasversali ondulate bianco-azzurrine; una linea obliqua biancastra sulla guancia accanto a una zona scura. I maschi riproduttori presentano una livrea a macchie gialle o arancio e linee chiare ondulate, che attenua o sostituisce le fasce scure trasversali. Lunghezza fino a 7 (8) cm. 

Autore Testo e Foto Filippo Ioni

Gorgonia Camaleonte

Questo fine settimana ho avuto la fortuna di fare un tuffo alla famosa “Secca di Punta Secca” alle isole Tremiti. Forse uno dei luoghi più ambiti del Mediterraneo.

Famosa per il tanto pesce, ma anche per la presenza di una foresta di gorgonie particolari: gorgonie rosse che in questo particolare sito assumono una bi-colorazione: rosso e giallo.

La gorgonia rossa (Paramuricea clavata) ha normalmente una colorazione rosso-violaceo intenso, ma ci sono dei siti,  e non ne è chiaro il motivo, in cui le colonie assumono una doppia colorazione, alla base mantengono il tipico colore, ma poi verso le punte, il rosso sfuma in un giallo molto intenso; da non confondere con la comune gorgonia gialla Eunicella cavolinii.

Pochi sono i posti dove questa fenomeno si manifesta, io per la prima volta l’ho vista alla “Secca del Papa” vicino all’ Isola di Tavolara in Sardegna, poi qui alle Tremiti ed infine nello stretto di Messina alla “Montagna di Scilla”. Tutti punti di immersione che si classificano nelle top ten.

La gorgonia bicolor, detta anche gorgonia camaleonte, è certamente fra le specie più affascinanti ed emblematiche del Mediterraneo. Non esiste subacqueo che non ne sia innamorato, forse sarà per la sensazione di calore che sprigiona quando la nostra torcia fa risaltare quel rosso intenso in quell’ambiente freddo e  cupo, non so bene ma di fatto è così. Per noi subacquei è poesia pura.

La gorgonia è un animale, fatto non banale, ma è anche una colonia. Composto da tanti singoli elementi chiamati polipi, quest’ultimi costituiti da una bocca circondata da tentacoli orticanti che si estendono per catturare le particelle nutrienti trasportare dalla corrente. Assomigliano a piccoli fiori di un arbusto, insomma, ed è per questo che la classe a cui appartengono le gorgonie si chiama Anthozoa, che in greco vuol dire appunto animali-fiori.

Se ci avvicinamo con cura, in assetto, e contiamo il numero dei tentacoli scopriamo che sono sempre 8. E infatti la sotto-classe delle gorgonie si chiama Octocorallia. I polipi sono connessi fra loro da un tessuto proteico flessibile ma resistente chiamato cenenchima, l’impalcatura della gorgonia, che forma arzigogolati ventagli. Questo è rosso, certo, ma in alcuni luoghi specifici le estremità tendono al giallo: sono le celebri e ricercatissime gorgonie bicolori.

Per massimizzare la capacità di intercettare cibo le gorgonie rosse crescono sempre, e dico sempre, perpendicolarmente al flusso della corrente principale. Così facendo formano vere e proprie foreste come fanno gli alberi, le cui foglie sono anch’esse sempre orientate verso la luce necessaria alla fotosintesi.

Ho menzionato, octocorallia, anthozoa… Ma non è questa la stessa classificazione dei famosi coralli dei tropici? Ebbene sì! Per essere più precisi, anzi, gli antozoi si dividono in octo- ed hexa-coralli (in questi ultimi i tentacoli sono sempre 6 o multipli di 6), e sono proprio questi ultimi i coralli duri, quelli che costruiscono le barriere coralline. Le nostre gorgonie rosse sono dunque coralli a tutti gli effetti, e d’altronde, pur non costruendo barriere, svolgono anch’esse un ruolo molto simile a quello dei fratelli tropicali.

Infatti questo loro protendersi nella corrente le rende un nuovo e miglior substrato per molti esseri marini, gli epibionti. Ed ecco che sopra le gorgonie vedrete pascolare di tutto se siete curiosi: echinodermi come le stelle gorgone (Astrospartus mediterraneus) o i gigli di mare (Antedon mediterranea), briozoi come le trine di mare (Reteporella grimaldii), anellidi, ovvero vermi, come la filograna (Filograna implexa), molluschi come alcuni nudibranchi (per esempio Marionia blainvillea o la minuscola Duvaucelia odhneri) o la ciprea delle gorgonie (Simnia spelta), perfino altri antozoi come l’alcionario parassita (Alcyonium coralloides) o il falso corallo nero (Savalia savaglia), ma anche pesci (ad esempio la murena nel video) e alghe varie.

Ci sono gorgonie maschi e gorgonie femmine?

Ebbene si, nella prima metà dell’estate a un certo punto i due sessi si sincronizzano: dai polipi dei maschi fuoriesce lo sperma che, se la corrente lo trasporta nella giusta direzione, raggiungere i polipi della femmina dove lo aspettano le uova, che vengono fecondate ed a loro volte rilasciate in corrente. In breve si trasformeranno in larve che vagheranno per un po’ (1-4 settimane) fino a depositarsi su un substrato che, se idoneo, le farà diventare nuove piccole gorgonie. Pensate che una gorgonia rossa può vivere fino a 25 anni, per raggiungere una dimensione massima di 1 metro.

La gorgonia rossa, pur essendo endemica del Mediterraneo, non ama il sole e il caldo: è sciafila, vuole cioè poca luce, e ama temperature stabili e fredde. Per questo le prime gorgonie generalmente appaiono intorno ai 30 metri di profondità (anche se in alcuni luoghi che conosciamo, per esempio a Marettimo, le primissime ci sono già sui 20) dove il termoclino incide poco, e le ultime si narra che si trovino verso i 130.

Purtroppo negli ultimi anni morie generalizzate sono state documentate sempre più frequentemente, certamente a causa del riscaldamento generalizzato delle acque e dell’inquinamento.

Le gorgonie rosse si trovano soltanto nel Mediterraneo occidentale e in Adriatico. Quindi in Spagna sì ma in Grecia no, per intenderci. Ma anche, e questa è veramente una stranezza, a Pantelleria sì ma a Lampedusa no.

 

Autore: Filippo Ioni
Revisione scientifica: Maurizio Costa
Autore foto: Filippo Ioni

XIX° Concorso di Fotografia Subacquea 2021

Cari Soci, come ogni anno per la cena di Natale, la Sub Rimini Gian Neri organizza una mostra foto sub, a cui sono invitati a partecipare tutti i soci che si cimentano con le macchine fotografiche nell’ambiente sotto marino.

Quest’anno il concorso è stato arricchito di nuove categorie, e per questo vi inviamo con largo anticipo il regolamento, in modo che appena potremo tornare in acqua, cercheremo di catturare le immagini dei soggetti facenti parte delle categorie del concorso.

Come dicevamo il concorso è stato arricchito, in modo da stimolare la partecipazione ad esso, anche di chi, sempre di più, utilizza le varie Action Camera, tipo GoPro, per intenderci.

In primis, si vuole precisare che anche chi utilizza AC può partecipare con i suoi scatti, comunque, a tutte le categorie del concorso,  ma ora, in particolare, ben 2 categorie sono dedicate ai prodotti delle AC, così come nel seguito indicato:

  • la categoria G è dedicata a sole fotografie effettuate con le AC in Mediterraneo, ritraenti qualsiasi soggetto e con qualsiasi inquadratura;
  • la categoria H, invece (udite, udite la grande novità!!!) è dedicata ai video eseguiti con le AC, o con macchine fotografiche, in qualsiasi mare e con qualsiasi soggetto, ma per quest’ultima categoria valgono 3 fondamentali requisiti da rispettare:

– la durata massima del video deve essere di 60 secondi;
– il formato deve essere di 16:9.

Le opere, realizzate sia con macchine fotografiche digitali compatte che reflex che action camera, dovranno essere consegnate alla segreteria (mail: giovanninigiacomo@gmail.com) entro il 1
dicembre 2021, nella seguente forma: foto digitali su file, nel formato 3/2, con stampa a cura della segreteria (non è prevista nessuna spesa a carico dei concorrenti).

L’esposizione delle Foto, votazioni da parte della giuria popolare e premiazione dei vincitori, avverrà, se possibile, durante la Cena di Natale 2021 (saranno inviate news).

Vi inviamo con largo anticipo il regolamento, in modo che appena potremmo catturare le immagini dei soggetti facenti parte delle categorie del concorso:

Ulteriori aggiornamenti saranno comunicati via Email e Whatsapp.

Un Cavalluccio in Baiona

Lo scorso fine settimana le condizioni meteo non erano splendide, ma Matteo insiste a non lasciare perdere e propone un tuffo a Ancona o in Baiona. La marea sembra buona per domenica, quindi vince la Baiona, si va a Ravenna.

La Piallassa Baiona sono dei canali di acqua salata alle spalle di porto Corsini, pensati già dal lontano XVIII secolo, con lo scopo di ricambiare l’acqua portuale. Canali che per effetto della vicinanza al porto, spesso danno la possibilità di fare incontri esotici con organismi di mari lontani arrivati da noi grazie alle zavorre d’acqua delle navi commerciali attraccate in porto.

Speravo di incontrare  tanti nudibranchi ma peccato, si fa per dire, ho incontrato un bel cavalluccio marino. Grazie Matteo per ricordarci che ogni lasciata e persa.

Cavallucci

L’approfondimento di Emanuela 

Nei primi anni del 2000 scrissi la mia tesi di laurea sulla biologia ed il mantenimento in acquario dei cavallucci marini. Dedicai intere pagine al loro comportamento, osservandoli sempre dietro a un freddo e umido vetro. Durante il lock down del 2020, mossa da nostalgia, ripresi in mano la tesi e realizzai questo breve estratto con l’intento di esaltare le loro caratteristiche peculiari e mi feci una promessa: devo assolutamente incontrarne uno durante le mie immersioni, non è possibile che ancora non abbia avuto il piacere di osservarli nel loro ambiente naturale!|

Così espressi questo desiderio al mio compagno di immersioni Maurizio e come un premio, dopo quel difficile periodo di clausura, subito dopo esserci staccati dalla P1, LUI se ne stava lì, tutto solo, in posizione verticale, aggrappato, con la pinna caudale arrotolata alla cima, come se qualcuno l’avesse messo lì apposta per noi, intorno solo sabbione! Era così leggero e sottile, subito spensi la mia torcia per rispetto, per evitare di infastidirlo e lo osservai con reverenza, poi la torcia del mio compagno lo illuminò e la luce lo attraversò come se fosse vetro, sembrava trasparente, così fragile.

Arrivarono i gruppi di immersione successivi, c’erano tanti occhi, maschere, erogatori intorno a lui, due pinne rischiarono di colpirlo, lui si staccò dalla cima e cercò solo di andare altrove per trovare riparo da tutta quella confusione ma un fotografo lo costrinse più volte con la mano a riagganciarlo alla cima, e lui con eleganza e pazienza rifiutò ogni volta.

Dunque, oltre a riproporvi l’articolo come un’ode alla spettacolarità creata dall’evoluzione naturale sulla diversità delle specie, desidero rivolgere un monito a tutti i lettori per ricordarci che, ogni qualvolta ci troviamo in immersione, siamo ospiti di quell’ambiente, che NON ci spetta di diritto, pertanto di prestare la massima attenzione a ogni gesto, ogni movimento, per ridurre al minimo il nostro impatto in quel perfetto ma fragilissimo equilibrio che è l’eco-sistema marino.

I cavallucci marini: un genere, un‘eccezione!

Tutte le specie di cavallucci marini conosciute appartengono all’unico genere tassonomico Hippocampus

Il genere Hippocampus e tutti gli altri generi di pesci ago e dragoni di mare (o cavallucci dragone) vengono raggruppati nella famiglia di pesci ossei conosciuta con il nome di Syngnatidae, poiché condividono la caratteristica morfologia della bocca, priva di denti e con mascelle fuse, dal greco syn- insieme e gnathus – mascella.

Gli ippocampi possiedono le caratteristiche anatomiche fondamentali dei pesci ossei: respirano tramite branchie, sono dotati di vescica natatoria e pinne ma….

… il corpo non è ricoperto di scaglie dermiche e lo scheletro osseo che sorregge il corpo è formato da placche ed anelli piatti embricati tra loro che formano una corazza superficiale, rigida ma flessibile;

…il nuoto non è prodotto dalle contrazioni dei muscoli laterali del corpo ma dall’azione propulsoria delle pinne, sostenute da raggi morbidi che si muovono alternati conferendo alle pinne un movimento ondulatorio;

…nel corso dell’evoluzione, assumendo una posizione verticale del corpo, si sono perse le pinne ventrali e caudali, le pinne pettorali si trovano dietro all’apertura delle branchie ed è rimasta una sola pinna dorsale;

…la coda costituita dai tanti anelli può svolgersi ed avvolgersi permettendo all’animale di agganciarsi ai sostegni presenti sul fondale: alghe, coralli, Posidonia, corpi di altri ippocampi che formano grovigli apparentemente inestricabili;

…gli occhi si muovono indipendentemente l’uno dall’altro per individuare meglio le prede, considerata la loro scarsa mobilità!

…la strategia riproduttiva vede la femmina deporre le uova nella tasca addominale del maschio dopo un’elegante danza di corteggiamento. Nel marsupio del maschio le uova vengono fecondate e circondate dal tessuto interno che si vascolarizza, somministrando agli embrioni nutrienti ed ossigeno e rimuovendo le sostanze di rifiuto. Al termine della gravidanza il maschio comincia ad espellere con una lunga serie di contrazioni i piccoli ippocampi già indipendenti e pronti a prendere la loro… corrente!

 

Autore: Francesco Gulli
Autore scientifico: Emanuela Casalboni
Autore Foto: Filippo Ioni

Murene Intrecciate

L’inesorabile arrivo della stagione fredda non lascia che il ricordo delle bellissime immersioni dell’estate passata; è viva nella memoria una in particolare tra quelle fatte durante la gita sociale di settembre a Rapallo, nella Riserva Marina Protetta di Portofino. È il mio quinto anno consecutivo di immersioni in quelle acque a cui sono particolarmente legata per avere conseguito il primo brevetto nel 2017.

Negli anni ho imparato che il mare a Portofino non sempre accoglie gli ospiti in modo pacifico e benevolo; quest’anno pare accettarci di buon grado, un regalo immenso dopo tanto tempo trascorso chiusi in casa!

Così domenica mattina i sommozzatori esperti esprimono al barcaiolo la volontà di raggiungere il sito di immersione più distante dell’area marina, ma considerato “il più bello tra quelli esistenti nel Mar Mediterraneo”: la secca dell’Isuela.

La secca si trova a 13 metri di profondità e corrisponde al “cappello” di un rilievo sommerso a forma di “panettone”, con base a circa 40 metri.

Quando arriviamo alla boa di segnalazione del sito il barcaiolo ci fa notare il grado di inclinazione della stessa, indice di un’importante corrente superficiale per cui ci invita a rivalutare la scelta, ma dopo un attimo di esitazione la decisione è unanime: “l’Isuela non si molla!” Scendiamo con un po’ di preoccupazione, ma per i sommozzatori della Gian Neri quella corrente risulta niente di più che una carezza. La visibilità è eccezionale, la temperatura dell’acqua confortevole.

Dalla secca ci spostiamo verso la parete per il tuffo in profondità, a circa 30 metri si palesa ai nostri occhi una scena tanto insolita quanto surreale: due bellissime murene stanno adagiate sul fondo, immobili, occhi negli occhi, le bocche aperte e i due corpi intrecciati a formare un cerchio perfetto, come un unico individuo a due teste. Impressionante.

Muraena helena è una specie che troviamo comunemente nelle nostre immersioni, ampiamente distribuita in tutto il Mediterraneo, è un pesce osseo appartenente all’ordine Anguilliformi, dalla colorazione bruna con chiazze gialle vivaci, ha un corpo serpentiforme, leggermente compresso ai lati e non ricoperto da scaglie dermiche. Le pinne pettorali e ventrali sono assenti, mentre la pinna dorsale e quella anale si prolungano senza discontinuità fino alla coda. La testa è breve, i denti sono lunghi e appuntiti, spesso caniniformi; apre la bocca in maniera ritmica, atteggiamento che la fa apparire minacciosa e vorace: in realtà questo movimento coadiuva la respirazione. La fama sinistra che circonda le murene è in gran parte immeritata, sono animali territoriali, solitari e schivi. Per questo motivo vedere due individui adagiati sul fondo, fuori dalla tana oltretutto immobili ci è parso un comportamento decisamente bizzarro.

Purtroppo la bibliografia sul metodo riproduttivo e il rituale di corteggiamento delle murene è scarsa, e dal web abbiamo trovato solo queste poche righe che riporto: “Le murene sono piuttosto timide e non capita spesso di assistere al loro corteggiamento. Tuttavia chi lo ha visto lo definisce come una scena molto commovente, nella quale le due murene si guardano negli occhi e ondeggiano da un lato all’altro con le fauci spalancate per poi avvinghiare i propri corpi in un tenero abbraccio” Io e il mio compagno di immersione, Luca, confrontandoci su ciò che è apparto ai nostri occhi, siamo stati da subito concordi nel ritenerci privilegiati, spettatori involontari di un momento di intimità tra due individui, percependo l’imbarazzo della nostra presenza in un mondo che non ci appartiene, ma che ci accoglie sempre regalandoci emozioni impensabili.

 

 

Autore testo: Manuela Casalboni
Autore Foto: Maurizio Costa

La Mormora un pesce in pigiama

Piano piano il tempo mette al meglio, passeggiando a riva si comincia a vedere un mare sempre più azzurro, il prossimo fine settimana finalmente si porta rientrare in acqua.

Osservo un pescatore, ha appena preso una mormora all’amo. E la mente va alle innumerevoli notturne fatte proprio lì alle scogliere di Viserba. Quante mormore curiose sono state il soggetto dei miei scatti.

La mormora è un pesce molto elegante e signorile, conosciuto anche come marmora, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia delle Sparidae, come il dentice ed il sarago.

La mormora ha un aspetto molto particolare, il corpo è ovoidale, la testa è grande e gli occhi sono piccoli, è  munita di denti robusti, con una lunga pinna dorsale. Il colore è grigio argentato, è più chiaro sui fianchi e tiene 12-14 bande verticali più scure, che lo rendono inconfondibile. La pinna dorsale è una sola, dotata di robusti raggi spinosi nella parte anteriore e di raggi molli nella parte posteriore.  La sua lunghezza massima può essere di 40-50 centimetri, con un peso che può raggiungere il chilo e mezzo.

Le mormore si trovano lungo le coste di ogni mare italiano, a 20-30 metri di profondità, vivono in branchi, si nutrono di anellidi, molluschi e crostacei, scovati nella sabbia, e si riproducono in primavera e in estate. Il suo habitat naturale è la sabbia, vive in corrispondenza di spiagge ma non disdegna gli scogli dove ci sono strati di alghe morte.

Sopporta anche l’acqua con bassa salinità, quindi si può trovare anche negli estuari dei fiumi. Diciamo che la mormora è un pesce bonario e tranquillo, non le va a genio la confusione, e se non sente rumori di bagnanti, arriva anche a pochi metri dalla battigia.

Il Mormora vive mediamente dai 10 ai 12 anni: nella prima fase della sua vita tende ad aggregarsi ad altri suoi simili, con i quali forma banchi anche molto numerosi. Con l’avanzare dell’età, però, ogni esemplare si affranca dal proprio banco per condurre un’esistenza più indipendente e solitaria.


Autore Testo e Foto: Filippo Ioni

Sarago fasciato di notte

Passeggiando sulla spiaggia ora vediamo un mare molto agitato, sono ramai una decina di giorni che le burrasche si susseguono e rendono l’orizzonte una distesa biancastra e spumeggiante. La pace e il caldo estivo stanno svanendo facendo posto a acque sempre più fredde. Ma cosa sta’ succedendo laggiù sul fondale delle Piramidi?

Mi immagino un ambiente turbolento, con sballottamenti di qua e di là. Come sopravvive la vita ora? che cambiamenti vedrò quando riuscirò di nuovo ad immergermi?

Di sicuro molto del pesce sarà migrato in acque profonde, più calme e calde. Di solito in ottobre si assiste al passaggio dei cefali che in massa per un mesetto soggiornano tra i castelli per poi sparire verso dicembre. E poi tanti tanti Saraghi che si fanno facilmente avvicinare, forse perché intorpiditi dalle acque più fredde. Questi ultimi a breve si rintaneranno e spariranno per l’inverno.

Il sarago è sicuramente uno dei pesci più diffusi e più pescati lungo tutte le coste italiane. Oltre ad essere ambite prede dei pescatori sono anche i soggetti preferiti di molti fotografi subacquei.

In realtà il sarago si divide in diverse varietà: il sarago maggiore è il più ricercato, infatti raggiunge la taglia maggiore sfiorando negli esemplari più grossi i 2 kg. Altra varietà molto pregiata di sarago è il sarago fasciato, anche se difficilmente raggiunge taglie superiori al 1/2 kg, spesso le due varietà vivono e si catturano negli stessi branchi, anche se il fasciato è meno diffidente del suo cugino maggiore. Altre varietà di sarago sono il sarago sparaglione, da noi detto sparlo, diffusissimo, forse il più comune, purtroppo la sua taglia è notevolmente inferiore a quella dei suoi parenti stretti. Ci sono poi il sarago pizzuto e il sarago faraone, entrambi poco diffusi.

Probabilmente il più diffuso e il sarago fasciato (D. vulgaris), chiamato da alcuni anche “testanera”. Si caratterizza, oltre che per la tipica striscia scura sul peduncolo caudale, anche per un’evidente striscia che dal capo scende sui fianchi. Forma gruppi numerosi, all’interno dei quali sono ospitate talvolta  anche altre specie di pesci.

Il Sarago fasciato (Diplodus vulgaris)  è un pesce della famiglia degli Sparidi. Ha un corpo ovale compresso lateralmente e piuttosto alto, con grosse scaglie. Bocca piccola munita nelle due mascelle di otto incisivi stretti lievemente inclinati e seguiti da due file di molari arrotondati. Occhi abbastanza grandi. Pinna dorsale unica con 11/12 spine anteriormente e 14/15 raggi molli. Anale con 3 spine e ventrali con una spina. Pettorali lunghe e falciformi. Colore argenteo, dove risultano nette le due fasce nero-brune della parte anteriore del corpo e della parte codale. La fascia posteriore circonda il peduncolo codale. Presente in tutto il Mediterraneo. Vive in prossimità della costa sui fondi, rocciosi ma in vicinanza delle zone sabbiose.

 

Autore Articolo e Foto: Filippo Ioni