Sub Rimini Gian NeriSub Rimini Gian Neri

L’Intruso

E’ domenica, finalmente si va in acqua. Mi alzo e scopro mio malgrado che c’è vento, un libeccio abbastanza teso che mi impensierisce. Eppure le previsioni non erano male, proviamo ad uscire ugualmente e per fortuna perché poi abbiamo trovato mare calmo e acqua discreta.

Oggi sono emozionato, ho un immersione “Bio” dedicata alle Attinie e  come subacquee due biologhe in erba super interessate. Non vorrei deluderle.

Obbiettivo dell’osservazione le attinie, una specifica classe di Cnidari, alle Piramidi abbiamo la fortuna di incontrarne diverse specie diverse, ma come sempre il mare ci sorprende e mentre spulciamo palmo palmo i manufatti sommersi l’occhio capita su un particolare organismo.

Lo riconosco subito, anche se non ricordavo il nome, lo mostro alle mia compagne d’immersione poi lo fotografo più volete facendo cenno “guardate bene ne parleremo”.

Conclusa l’immersione non vedo l’ora di riferire alle ragazze che quella colonia di esserini avvistati è un particolare inconsueto incontro, che le nostre Piramidi ci donano.

Dall’aspetto potremmo pensare che sono dei Cnidari, piccoli anemoni in particolare, ma invece no. Non sono neppure dei Briozoi, quindi?

Sono dei foronidi (nome scientifico Phoronida , a volte chiamati vermi a ferro di cavallo ).

Con meno di 20 specie, i Foronidei (Phoronida Haeckel, 1888) costituiscono uno dei più piccoli phyla fra gli animali. Vivono singolarmente o in grossi aggregati (non coloniali) in ambiente litorale, entro tubi chitinosi autosecreti nei quali si muovono liberamente, affossati nella sabbia o fissi a substrati solidi come pali, conchiglie, rocce dove si alimentano per filtrazione come i briozoi.
Protetti e sostenuti dai loro tubi, hanno una cuticola sottile non chitinosa ed un lofoforo avvolto a spirale costituito da due pieghe parallele della parete del corpo, che viene dilatato idraulicamente grazie alla contrazione di muscoli circolari. Nella parete del corpo sono presenti muscoli longitudinali che permettono l’accorciamento del corpo ed il ritiro del lofoforo nel tubo.

Vivono nella maggior parte degli oceani e dei mari, compreso l’Oceano Artico ma escluso l’ Oceano Antartico , e tra la zona intertidale ea circa 400 metri di profondità . La maggior parte dei foronidi adulti è lunga 2 cm e larga circa 1,5 mm, anche se i più grandi sono lunghi 50 cm. Foronide.

Nella foto in particolare i nostri vermetti che sono: Phoronis hippocrepia.

 

Autore testo e foto: Filippo Ioni

Soundscape – ancora una volta per la scienza e l’ambiente

Si è concluso sabato 3 luglio 2021, con l’ultima immersione di ricerca e recupero dell’idrofono posto al largo di Rimini nei pressi della piattaforma Azalea B, la parte del progetto di monitoraggio scientifico ed ambientale “Interreg Soundscape” concernente la registrazione e catalogazione dei suoni sottomarini al largo di Rimini. La Sub Rimini Gian Neri, con i vari equipaggi del GIS che si sono susseguiti a partire dal 29 febbraio 2020, ha collaborato con costanza e professionalità nei confronti di Fondazione Cetacea Onlus – partner locale del progetto – con ben 15 uscite, nei delicati interventi di posa e recupero dell’idrofono sul fondo del mare, a circa venti metri di profondità.

Gli interventi non sono stati per nulla semplici: Nel 2020 abbiamo effettuato le prime pose, proprio al culmine della pandemia Covid-19 e conseguente lockdown, con tutte le accortezze del caso, in merito alla sicurezza degli operatori..

<<Inizialmente abbiamo posizionato dei pesanti corpi morti per poter fissare lo strumento al fondale – a modo che non si insabbiasse – con l’aggiunta di un segnale in superficie. Dopo due mesi di prime registrazioni ci siamo accorti che il segnale era sparito ed abbiamo temuto il peggio.. Successivamente e fino ai giorni d’oggi, ogni intervento di posa e recupero dell’idrofono ha comportato una ricerca di superficie del punto GPS ed un’immersione di ricerca sul fondale ad individuare la struttura di ancoraggio. Sappiamo bene che, nel nostro mare, cercare due corpi morti in un fondale piatto e fangoso (e con scarsa visibilità) è come cercare un ago nel pagliaio!>>

Questa attività del progetto Interreg Soundscape, coordinata in Italia dal CNR ISMAR di Venezia, ha riguardato l’intero areale dell’Alto Mar Adriatico, con 4 partner croati (Institute of Oceanography and Fisheries, Blue World of Marine Research and Conservation, Ministry of Economy and Sustainable Development, Teaching Institute of Public Health Primorje- Gorski Kotar County) e i 4 partner italiani (Consiglio Nazionale delle Ricerche, Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente del Friuli Venezia Giulia, Fondazione Cetacea Onlus, Regione Marche).

Ma cosa ha comportato effettivamente il progetto Soundscape?

<<Indubbiamente attraverso otto idrofoni (4 sulle coste croate e 4 rispettivamente a Trieste, Venezia, Rimini ed Ancona) e uno in acque internazionali– dal 29 febbraio 2020 al 3 luglio 2021 sono stati registrati una ingente mole di dati sonori, su diverse frequenze, che hanno compreso sia i suoni naturali dell’ambiente sia quelli artificiali ed antropici (passaggio di navi mercantili, unità da pesca, da diporto, attività offshore).>>

Questi dati, una volta processati, hanno permesso e permetteranno in futuro di valutare la correlazione fra determinati comportamenti (anche anomali) della fauna marina, in primo luogo tartarughe e cetacei, a seguito dell’esposizione al rumore ambientale prodotto dalle attività umane. Un buon punto di partenza per azioni e misure di mitigazione dei danni da inquinamento acustico sottomarino, da sottoporre ai decisori a livello europeo.

 

Il granchio col mantello

E’ arrivata la burrasca, ma le condizioni del nostro mare fino allo scorso fine settimana sono stati eccellenti, tante splendide immersioni che riprenderemo al più presto, anche perché la curiosità delle nuove leve è tanta e le cose da scoprire sempre molte.

Nell’ultima immersione alle piramidi, io e i miei due compagni, ci eravamo dati l’obbiettivo di osservare i vari tipi di granchi e del loro particolare modo di nutrirsi.

Nella programmazione avevo descritto le specie che più facilmente avrei incontrato accennando anche alla possibilità di incontrare  il granchio facchino peloso, soggetto difficile da individuare ma visto che nell’ultima notturna lo avevo incontrato mi sono sbilanciato un po’.

Iniziamo l’immersione perlustrando un tratto di sabbia, tanti granchi nuotatori come prevedibile e poi subito un colpo di fortuna smuovo un guscio di cozza  e vedo che si muove innaturalmente, eccolo, sotto alla cozza c’è un granchietto che se la scarrozza zampettando sulla sabbia come un facchino indaffarato durante un trasloco.

Qui mi fermo nella cronaca e lascio spazio all’entusiasmo del mio compagno d’immersione, Milena, che scrive:

Non ci sono altre spiegazioni: sono certa – anche se oggi non ho ancora prove schiaccianti – che quando Filippo ci accompagna in acqua nasconda nelle tasche della sua stagna alcuni graziosi “esserini” allo scopo di liberarli, non visto, sul fondale e ingenerare in noi corsisti alle prime armi momenti di sincero stupore e delizia.

La mia convinzione ha trovato solide basi nell’ultima immersione: scendiamo, raggiungiamo il fondale, sistemiamo l’assetto. Si parte. Nemmeno 5 minuti e Filippo si ferma.

Aguzzo gli occhi: se Filippo si ferma qualcosa sicuramente c’è. La visibilità è ottima. Il fondale è pulito, non abbiamo sollevato sabbia. Cosa ha visto di così interessante? Io vedo i soliti paguri saltellanti e qualche granchio. Riesco anche a intravedere in lontananza una stella marina. E poi gli onnipresenti gusci (di cozze) distribuiti dalla corrente in ordine sparso sul fondo.

Ma è tutto nella norma. Non c’è altro. Davvero non c’è altro. Ma Filippo fissa qualcosa. Mi affianco a lui. Quasi non respiro: sia mai che un mio movimento incauto possa infastidire l’oggetto del suo interesse, qualunque esso sia.

Guardo. Fisso. Nulla.

Quando ormai mi era chiaro che la parte aliena del mio istruttore (di cui ho già parlato tempo fa) avesse definitivamente preso il sopravvento su di lui permettendogli di vedere cose “che noi umani” non possiamo neppure immaginare, ecco che all’improvviso scorgo una cozza muoversi (un guscio per essere precisi). Sarà stata la corrente, penso. Ma non è così perché, dopo pochi secondi, si sposta ancora di qualche centimetro: ora riesco anche a vedere le tracce lasciate sul fondale dal suo incedere. Inevitabile l’amara riflessione: ciò che io sono riuscita a vedere dopo almeno due minuti di concentrazione, l’ ”alieno” l’aveva già vista in meno di un secondo!

Filippo si fa intraprendente, prende la cozza fra le dita e me la mostra. Cosa scopro con mio sommo stupore? Quella conchiglia era diventata lo scintillante “mantello” nero di un minuscolo granchietto, piatto quasi da far invidia a una sogliola, il quale, sentendosi ormai smascherato, cercava con tenacia e caparbietà di sfuggire dalla presa del suo “aggressore” facendo al contempo ben attenzione a rimanere ben saldo al proprio copricapo nero. Filippo, nonostante l’evidente contrarietà dimostrata, decide di “sfilare” il mantello dalla solida presa di quell’esserino. E qui avviene il primo colpo di scena:  con una interpretazione da oscar, il simpatico granchietto si immobilizza e si finge morto. Io pensavo fosse realmente morto e, infatti, credo di aver guardato Filippo con occhi non troppo benevoli: il granchietto non era sopravvissuto al distacco dal suo amato mantello nero. Un po’ rattristita, guardo Filippo appoggiare questo esserino ormai inerme e privo di vita (apparente) su una piccola roccia. Bello sforzo, ho pensato: prima lo fa morire di crepacuore poi ha la delicatezza di appoggiarlo sul fondale roccioso.

Ma arriva il secondo colpo di scena: quel buffo granchietto piatto, che fino a un attimo prima ero convinta fosse già nel paradiso dei crostacei, è passato senza colpo ferire dalla fase “fingo di essere morto” alla fase “prendimi se ci riesci” dandosi precipitosamente e velocemente alla fuga. Ho sorriso sollevata pensando: vai granchietto, ora corri alla ricerca di un nuovo scintillante mantello nero e non temere, la prossima volta tengo io a bada Filippo!

Il “Medorippe lanata”  granchio facchino peloso, non è facile da individuare: è piatto con delle zampe lunghe, si trascina un oggetto sul dorso sotto il quale si nasconde  ed abitualmente è ricoperto di limo trattenuto dal pelo che lo ricopre su tutto il carapace. Dall’alto si notano solo tre zampe per lato, caratteristica peculiare perché le altre due paia sono piccolissime e le usa non per camminare, ma per portarsi appresso il fardello.

Il Medorippe lanata  è un granchio della famiglia delle Dorippidae. La lunghezza-larghezza del cefalotorace mediamente è  30 x 32 mm. Viene segnalato un po’ in tutti i mari italiani, ma non è facile incontrarlo per i subacquei dato che preferisce viere in fondali limacciosi dai 30 a 100 m di profondità e che ha un’ottima dote mimetica.

 

Co autori: Filippo Ioni e Milena Montemaggi
Autore foto: Filippo Ioni

Il Mare non dorme mai

Il più grande peccato dell’uomo è dormire di notte, quando l’universo è disposto a lasciarsi guardare”. Leggere queste parole fa venire in mente le esperienze uniche che possono regalare le immersioni in notturna.

Le notturne hanno un fascino davvero particolare: di notte il mare è silenzioso, avvolto da una calma ovattata. Il momento iniziale dell’immersione, quando scendi nell’acqua al crepuscolo mentre il sole sparisce all’orizzonte e ti ritrovi nel buio sul fondo, regala ogni volta la sensazione di essere accolti e cullati dal mare.

E ogni volta stupisce di come cambi lo stesso sito di immersione tra il giorno e la notte: è come trovarsi in un posto familiare ma diverso, con nuovi paesaggi e nuovi abitanti.

I colori sembrano venirti incontro nel fascio di luce della torcia, sono molto più vivaci che di giorno, e l’attenzione si concentra sul particolare grazie al buio che ti circonda . E’ tutto molto più intimo e raccolto.

Con l’oscurità crostacei, molte specie di pesci, polpi e altri animali che difficilmente si vedono durante il giorno, escono dalle loro tane per la caccia o per riprodursi. E altri animali subiscono una metamorfosi incredibile.

È il caso dell’Alicia Mirabilis, comunemente detta anemone a bacca per la forma che assume durante il giorno, compatta e poco appariscente, simile a un grappolo di bacche. Ma dopo il crepuscolo questo animale spettacolare si trasforma completamente.

E’ un temibile predatore e la sua metamorfosi notturna è legata proprio alla caccia: espande il proprio corpo estroflettendolo in una serie di lunghi e sottili tentacoli urticanti che si trasformano in una rete mortale per le sue prede. Ma è anche uno spettacolo incredibile per i subacquei che hanno la fortuna di incontrarla e ammirare le forme e i colori del suo corpo cilindrico e i lunghi e semitrasparenti tentacoli in continuo movimento.

La nostra esperienza indimenticabile legata a una notturna è stata durante un’immersione fatta nello Ionio, ad agosto, quando ci siamo ritrovati senza accorgercene in mezzo al mare in amore. Ci siamo accorti di una strana luminosità intorno a noi, abbiamo spento le torce e… ci siamo ritrovati immersi nella luce e in un calderone brulicante di vita, che ci abbagliava e ci incantava con uno scintillio di azzurro fluorescente.

Il mare in amore è un fenomeno molto particolare di bioluminescenza visibile solo di notte.

Questo effetto magico è causato dal plancton bioluminescente presente nelle acque, in particolare il fitoplancton che produce luce usando una sostanza chimica chiamata luciferina. Gli scienziati hanno recentemente scoperto che questo tipo di plancton brilla quando si stressa a causa del movimento dovuto alle onde o alle pinne.

La luce che il piccolo plancton emette è una luce fredda, per questo risulta difficile fotografare questo straordinario fenomeno naturale.

Non è ancora chiaro il perchè questo fenomeno diventi a volte intenso ed evidente, però può capitare di osservarlo in varie occasioni anche se in forma molto lieve. A volte, durante la risalita da una notturna, spegniamo le torce per far abituare gli occhi all’oscurità e poi agitiamo le mani per muovere l’acqua intorno a noi. In casi fortunati e emozionanti si può assistere a questo spettacolo magico, che solo il mare sa regalarci.

 

Autore Virna Marcacci e Maurizio Costa
Autore Foto Giacomo Giovannini

Conchiglie

Se parlo in generale di conchiglie sicuramente tutti avranno un’idea del soggetto a cui mi sto riferendo. Esatto, intendo proprio quei pezzettini appuntiti che ti si infilano sotto la pianta del piede quando cammini senza ciabatte in spiaggia. O, in alternativa, quelle lamette nere che alle Piramidi rischiano ogni volta di tagliarti o rovinarti la muta se non stai attento a dove ti appoggi.

Ricordo che da piccola, quando andavo in riva al mare, avevo sviluppato una certa insofferenza verso quella linea continua e luccicante, a volte un po’ sporca, che separava la sabbia asciutta dalle onde basse in cui volevo correre a giocare, quella fascia che l’alta marea aveva depositato quasi a limitare un confine. Poi mi fermavo a guardare meglio, e in mezzo a quei depositi variegati, tra alghe verdi e marrone, qualche sassolino arrotondato, qualche muta di granchio e talvolta qualche povera medusa spiaggiata, riuscivo a distinguere una miriade di conchiglie di tantissime forme diverse, e alcune ancora intere! Non avevano dei colori particolarmente accesi, ma ormai si sa che qui da noi i piccoli molluschi conchiferi, come anche molte altre specie, non badano particolarmente a farsi belli, preferiscono invece stare cauti e adottare colori neutri, più simili alle rocce o alla sabbia del nostro fondale; potremmo definirla una forma di mimetismo criptico.

Mi ha sempre fatto strano pensare a come siano arrivate fino a li, e ancora di più pensare al processo che ha portato alla loro costruzione strato dopo strato. Eh sì, perchè anche se ad occhio non sembra, le conchiglie sono fatte di strati ben distinti tra loro e con diversa composizione. Di solito ne troviamo 3, e si chiamano: Periòstraco, lo strato più esterno, fatto di una matrice proteica detta conchiolìna, Ostraco, lo strato di mezzo, quello più spesso e resistente fatto da cristalli di carbonato di calcio, e Ipòstraco, lo strato più interno a diretto contatto con il corpo molle dell’animale, costruito sovrapponendo una dopo l’altra tante lamelle parallele di Aragonite che insieme, pensate un po’, creano quello strato iridescente e spettacolare che conosciamo come madreperla.

Con questa struttura di base poi, si sono differenziate nel tempo le infinite forme che oggi conosciamo e chissà quante altre. Alla nascita ogni piccolo mollusco a guscio inizia a costruirsi un po’ per volta la sua casetta, è un istinto innato, partono da un punto e cominciano la tessitura del loro rifugio. I molluschi con conchiglia singola, pensiamo al murice o ai garagoli, progettano la costruzione partendo dalla parte apicale più esterna, per poi avvolgersi man mano a spirale attorno ad un asse centrale che dall’esterno non riusciamo a vedere. I molluschi bivalvi invece iniziano la costruzione a partire dall’umbone, il punto di adesione delle due valve, depositando un po’ per volta semicerchi concentrici che rispecchino la loro forma e la loro specie di appartenenza, con cui anche noi possiamo riconoscerli più o meno facilmente.

Tutti simili eppure sempre differenti, con un’infinità di modi diversi per adattarsi agli stessi ambienti. Un indefinito numero di forme che si sono andate modificando nel tempo e che l’evoluzione ha portato fino a quelle che oggi possiamo ammirare passeggiando lungo la riva del mare, e che finiranno, inevitabilmente, per infilarsi sotto la pianta dei vostri piedi.

 

Autore: Sofia V. Pesaresi
Autore Foto: Filippo Ioni

Che notturna…

Partire al tramonto e arrivare alle piramidi con il sole che sparisce all’orizzonte in un’esplosione di arancione… la spettacolarità di una notturna inizia da qui, quando comincio a prepararmi per andare giù e fisso lo sguardo sul crepuscolo che inizia.

È la prima notturna della stagione, ci hanno raccontato meraviglie delle due precedenti: visibilità mai vista, tanta vita, tanti incontri memorabili. A me basterebbe vedere un lampadina, sono due anni che non li ammiro. Forse perché è la prima specie di nudibranco che io abbia mai visto, ma resta il mio preferito in assoluto.

Così mi butto, il tempo di un ok, poi io e Federico seguiamo la cima fino alla piramide. E sto già bene, mi sento in pace, avvolta dal buio e dal mio respiro.

Comincio a infilare il naso e la torcia in tutti i buchi: occhietti rossi mi guardano in fondo a una rientranza. Gamberetti maggiori, parapandalo, gamberetti di porto…ci sono tutti!

Una corvina scoda per nascondersi più in profondità nella sua tana, riesco a vedere solo il giallo della livrea.

Le bavose fanno capolino dai loro nascondigli, in una cozza una di loro sta ossigenando le uova attaccate alle valve. Illuminandola con la torcia le vediamo rilucere opalescenti.

Un improvviso sbuffo di sabbia ci fa scattare come due segugi vicino alla roccia per capire cosa si è mosso… una cicala sta saltando veloce da un punto all’altro della piramide spaventata dalla luce.

Gli epizoanthus ricoprono rocce e mitili, con i polipi in continuo movimento per la lieve corrente sul fondo. Sembrano un tappeto di fiori.

E finalmente l’incontro che aspettavo, Federico trova un lampadina! È grande, riesco a vedere il giallo del suo corpo anche senza torcia, con i cerati che ondeggiano come un ventaglio. È bellissimo!

E subito dopo un secondo lampadina, in compagnia di una polycera hedgpethi, che non avevamo ancora avuto il piacere di incontrare alle piramidi!

Ci spostiamo sulla sabbia sperando di imbatterci in qualche seppia o calamaro, e lì vedo qualcosa che si muove vicino alla cima che sto seguendo… due paguri si stanno contendendo una conchiglia che tirano in mezzo a loro, lottando fieri. Stanno cercando di conquistare entrambi una nuova casa e la battaglia è infuocata! Il più piccolo pizzica il più grande a tradimento, ma quello risponde dandogli una botta con la chela… non riesco a trattenermi, scoppio a ridere!… No! Ho spaventato il più piccolo, che sta correndo via dalla parte opposta, mentre il più grande trascina via la sua conquista.

Il paguro, diffusissimo nel nostro Adriatico, vive su fondali sabbiosi e rocciosi dove si muove continuamente alla ricerca di cibo. A differenza di tanti crostacei che hanno una corazza per proteggere i loro organi interni, il paguro ne è sprovvisto. Ma è un animale sveglio e furbo, che è stato capace di adattarsi all’ambiente. Per proteggere il suo piccolo corpo ricurvo e fragile cerca un guscio che possa adattarsi alle sue dimensioni e che occupa facendolo diventare la sua casa. La conchiglia che conquista diventa il riparo in cui rifugiarsi quando si sente minacciato.

Non occupa la conchiglia uccidendo il suo precedente occupante o rubandogliela, si limita a entrare in quelle di molluschi morti. Quando cresce e la sua conchiglia diventa troppo stretta, il paguro inizia a cercarne una più grande per traslocare. Ma non è così semplice!

Le contese per le conchiglie vuote diventano battaglie epiche tra questi esserini che hanno un aspetto dolcissimo ma anche un caratteraccio molto litigioso e combattivo. Sono capaci di pizzicarsi per ore per appropriarsi della loro nuova casa.

Questa volta però l’esito della battaglia non l’hanno deciso la forza o la furbizia, ma una subacquea poco discreta!

Nella foto un Paguro Peloso “Pagurus cuanensis

I paguri sono crostacei decapodi della superfamiglia dei Paguroidei.  Assomigliano ai granchi, ma non lo sono ed al contrario di questi sono animali dal corpo vulnerabile che difendono utilizzando delle conchiglie vuote di molluschi, portandole con sé come protezione.

Gli adattamenti che i paguri hanno sviluppato per questo stile di vita sono un addome molle e asimmetrico, che si adatta agli spazi interni delle conchiglie nelle quali l’animale si ripara, e le appendici addominali modificate che consentono di far aderire saldamente la conchiglia al corpo.

Solitamente usa la sua chela destra (la più grossa) per chiudere l’entrata della conchiglia in cui si trova.

Quando crescono, i paguri abbandonano le conchiglie, ormai troppo piccole per ospitarli, effettuano la muta e cercano una nuova conchiglia.

I paguri vivono spesso in simbiosi con le attinie, che si istallano sulla conchiglia e si avvantaggiano, in quanto acquistano mobilità e si nutrono dei resti alimentari del paguro; quest’ultimo, dal canto suo, viene camuffato dalla presenza dell’attinia e difeso dai suoi tentacoli urticanti.

Sui fondali Romagnoli ne esistono di diverse specie, questo è un Pagurus cuanensis. Ha chele diseguali, con la destra leggermente più grande, occhi pedunculatus, antenne filiformi e segmentazione, carapace allungato. La colorazione è bruno rossiccia con macchiettature chiare. Le chele e gli arti sono ricoperti da una foltaeluria da cui il nome comune Paguro Peloso.

 

Autore testo: Virna Marcacci
Autore foto: Filippo Ioni

Una funambolica lampadina

Finalmente il cado fa capire che l’estate è alle porte, le temperature dell’acqua salgono velocemente. In una settimana siamo passati da 16 gradi sul fondo a ben 22 gradi, forse troppi ma il mare calmo e il sole cocente riescono in fretta a scaldare i primi metri, quando arriveranno le prime ondine le temperature ridiscenderanno nella noma di stagione.

Comunque il caldo rende gradevoli anche prolungate permanenze sott’acqua e la vita sugli scogli diventa sempre più frenetica. In particolare è tutta una fioritura di un particolare briozoo “Bugula”, colonie arborescenti di animaletti dall’aspetto di ciuffetti di erbetta arancione.

A parte il tono di colore vivace che danno alla scogliera, questo particolare briozoo è la base alimentare di diversi nudibranchi tra i quali il colorato lampadina.

Per tutta l’immersione ho cercato sperando di scovarne almeno uno e verso la fine eccolo “Janolus cristatus” volgarmente chiamato lampadina;

Si tratta di un nudibranco che vive nelle batimetriche comprese tra la zona di marea ed il coralligeno (quindi più o meno da pochi metri fino ai 40-50 metri di profondità). Vive su fondi ricchi di sedimento, è stato segnalato in tutto il Mediterraneo e anche nelle acque della Norvegia.

Rispetto allo janolus che si può incontrare sul Tirreno, piuttosto azzurrino, il nostro ha una colorazione di un giallo vivo, certamente determinata dalla colorazione della bugula di cui è ghiotta.
Cerata trasparenti a forma di lampadina, in cui sono visibili le estremità dell’apparato digerente, corpo di colore giallo-bianco fino a bruno, talvolta azzurro-blu. Rinofori e cerata dello stesso colore del corpo, fatta eccezione per la parte terminale, blu acceso. Alcuni esemplari, per via dei cerata, possono essere confusi con i nudibranchi del sottordine Aeolidacea, ma a differenza di questi non sono dotati di cnidosacchi contenenti cnidocisti e la posizione dell’ano è differente.

Non è piccolo, può crescere fino a 8 centimetri.

Fino ad ora l’ho chiamato “Janolus cristatus” essendo il nome con cui lo abbiamo chiamato fino a pochi anni fa e molti ancora non digeriscono la nuova tassonomia che lo identifica come: Antiopella cristata.

Ben tornata Antiopella. Un tempo il nudibranco in foto era conosciuto come Antiopella cristata, divenne poi Janolus cristatus ma dall’anno scorso la specie è tornata al vecchio nome.
Questo ritorno è dovuto, come spesso accade, ad uno studio genetico e morfologico che non si ferma mai.

 

Autore testo e foto: Filippo Ioni

Un’esperienza nuova

Domenica scorsa mi capita l’occasione di affrontare le Piramidi, il sito che mi piace pensare essere un po’ il mio “campo scuola”, con una diversa prospettiva. Facciamo un’immersione biologicamente mirata, mi spiega il mio istruttore Filippo Ioni, ad addestrare i nostri occhi a vedere i piccoli “colonizzatori” dei rifiuti cronicizzati sul fondo del mare.

Scendiamo. La consegna è: guarda il mondo con altri occhi.

E allora lentamente, molto lentamente, con attenzione certosina iniziamo a scrutare il fondale, poi le formazioni rocciose e infine i famosi “castelli”.

Quella lentezza ti costringe a guardare rimanendo quasi immobile; e gli occhi, inizialmente pigri con una visione abituata ad una visione ad “ampio raggio”, con il passare dei minuti iniziano a “vedere” qualcosa di nuovo e inaspettato: tutto si muove!  Quello che fino all’immersione precedente era un mondo per lo più statico (ovviamente escludendo i pochi pesci presenti, data la temperatura dell’acqua non ancora ottimale, e gli immancabili gamberetti) inizia a essere una realtà piena di vita: minuscoli crostacei dal nome non facilmente memorizzabile e per me impronunciabile  – solo Filippo li conosce uno a uno e riesce a pronunciare con una naturalezza aliena – che, forse rassicurati dalla nostra tranquillità, dopo un attimo di esitazione riprendono i loro movimenti e le loro “faccende” noncuranti della nostra presenza.

E allora ecco quell’enorme paguro (si, lo so, le immagini sott’acqua appaiono più grandi ma per me era davvero un “signor paguro”!) che per la prima volta davanti a me, dopo un comprensibile attimo di esitazione, decide di “fidarsi” e, dopo aver orgogliosamente sfoderato le sue enormi antenne, riprende il suo quieto incedere alla probabile ricerca di cibo (colta dall’entusiasmo ho anche richiamato l’attenzione di Filippo dal cui sguardo, comprensibilmente stupito dal mio stupore, ho capito quanti paguri “in attività” mi sia persa finora!).

Per non parlare di quell’esserino – anche su questo debbo glissare sul nome nonostante Filippo ci abbia provato a farmelo ricordare – che, dopo aver trovato rifugio all’interno di una cozza vuota e avermi fissato per qualche secondo, ha deciso anche lui di “fidarsi” e, con coraggiosa intraprendenza, si è mostrato a me per poi lasciare indisturbato la sua tana. Forse, penso, anche lui si sarà tranquillizzato dalla mia immobilità.

Concludo con quella “creatura” che, dovendola descrivere con un linguaggio da profana, potrebbe ricordare un granchio con l’elmetto (!) e che Filippo è riuscito a immortalare con una fotografia meravigliosa per i colori e i dettagli. Ecco: proprio questa fotografia rimarrà impressa nella mia mente quale ricordo della mia “prima volta” alle Piramidi con un nuovo ruolo: quello di spettatrice.

 

Nella foto: DROMIA PERSONATA – Granchio  facchino

 

Classificazione Phylum Artropodi, classe Crostacei; Malacotraco, Decapode, Brachiuro.
Com’è fatto Un granchio dal corpo molto arcuato, sub-sferico, rivestito da una folta peluria di colore marrone. Le chele sono molto robuste e recano apici violetti. Il terzo e il quarto paio di arti ambulacrali sono fortemente appiattiti e spostati verso il dorso. La larghezza del cefalotorace può raggiungere la misura di 13 cm.
Ambiente Vive sulle propaggini costiere rocciose fino a 10 m di profondità. Sopporta bene la cattività. Temperatura dell’acqua contenuta al di sotto dei 22 °C.
Alimentazione Si nutre di detriti organici prevalentemente di origine vegetale. Gradisce vegetali freschi.
Biologia Questa specie è nota per la sua tendenza al mascheramento, per cui àncora al proprio dorso spugne e ascidie viventi, che trattiene con arti specializzati. Si riproduce sessualmente e da origine a larve planctoniche.

 

Autore Milena Montemeggi
Autore della foto: Filippo Ioni

Pesce San Pietro: perché lo si chiama così?

Prima Gita dell’anno finita e un ritorno a casa dall’Argentario con tanti ricordi ed emozioni difficili da dimenticare.

Giornate intense ma ne vale sempre la pena. Tanti nuovi incontri e tante nuove riscoperte. Di spicco è il faccia  a faccia con il Pesce San Pietro.

Per i biologi è Faber Zeus, ma Pesce San Pietro è il suo nome più conosciuto. La tradizione vuole che il suo nome derivi dalle macchie scure presenti sui lati del suo corpo, lo sapevate? Esiste una leggenda che si racconta per spiegare l’origine del nome di questo pesce particolare, che ha delle caratteristiche veramente uniche nel suo genere.

Appartiene al genere Zeus e alla famiglia Zeidae, lo Zeus Faber è un pesce che vive nei fondali marini temperati, fino a 400 metri di profondità. È diffuso in gran parte dei mari e degli oceani del mondo, in particolare nel Mediterraneo, nel Mar Nero, nel Pacifico Orientale e nell’Adriatico.

Predilige le zone temperate e vive in solitudine. E’ un carnivoro e si nutre di piccoli pesci.

Ha un aspetto è davvero particolare: un corpo di forma vagamente ellittica, schiacciato sui lati. La bocca è molto pronunciata ed è in grado di allungarsi molto in avanti per catturare il cibo. Il profilo della testa è munito di diverse sporgenze, così come la pinna dorsale, che presenta negli esemplari adulti una decina di lunghe spine filiformi. Anche la parte ventrale e caudale del pesce è protetta da spine che emergono da piastre ossee. La pinna caudale è caratterizzata da raggi bianchi che dividono un’ampia membrana trasparente dal margine arrotondato.

Ha dimensioni considerevoli, può arrivare da adulto a 90 centimetri di lunghezza per circa 8 chilogrammi di peso.

Il nome comune di questo pesce, apprezzatissimo in gastronomia per la prelibatezza delle sue carni, deriva dalle macchie presenti sui lati del suo corpo. Si tratta di macchie scure, che spiccano sul colore più chiaro (giallo, argento) del corpo. Macchie sono solitamente circondate da un orlo più chiaro, che contribuisce a metterle in evidenza.

Poiché queste macchie sono della grandezza e della forma di un’impronta di pollice, la leggenda vuole che siano state lasciate dalla mano di San Pietro nel catturare proprio quel pesce nella cui bocca trovò una moneta d’argento. La moneta sarebbe servita al Santo per pagare il tributo richiesto dal gabelliere per entrare nella città di Cafarnao. Come sappiamo, Pietro prima di diventare seguace di Gesù era un pescatore di professione,  e proprio per questo,  Gesù disse a lui: “va’ al mare, getta l’amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te”.

 

Autore Filippo Ioni
Autore Foto Filippo Ioni

Ma di chi sono queste uova?

Oramai le attrezzature sono tutte pronte e i bagagli fatti: tra pochi giorni sguazzeremo nelle acque profonde dell’Argentario.

In previsione dell’imminente gita sociale un articolo su un’altra curiosità su un soggetto non troppo banale, ma abbastanza facile da incontrare nelle immersioni toscane.

Se devo pensare, come fotografo subacqueo, a una cosa che non trovo qui in alto Adriatico: questa è senza dubbio la gorgonia. Un soggetto incredibile, quel rosso che si accende allo scintillare dei flash in contrasto con il blu intenso fanno del coralligeno una delle bellezze inimitabili del mediterraneo. Ed osservando il mondo che ruota attorno alle gorgonie, abbastanza spesso ci si imbatte in uno strano astuccio bianco attaccato ai rami da alcuni filamenti.

Abbastanza intuitivamente si capisce che sono delle uova.  Ma di chi sono?

Le uova che vediamo spesso ancorate alle gorgonie sono quasi sicuramente uova squalo, in particolare del gattuccio maggiore, o gattopardo.

Esistono infatti due specie di gattucci: il gattuccio minore e quello maggiore, ma il primo (che è piccoletto come dice il nome: non arriva al metro di lunghezza) depone le uova oltre i 200 metri di profondità!

Come riconoscerle allora? La dimensione è determinante: le uova di gattuccio sono molto più piccole di quelle del gattopardo: 4-5cm (più o meno la lunghezza di un mignolo), mentre quelle del gattopardo son grandi 10-15cm, quasi come una mano.

Il gattuccio maggiore o gattopardo (Scyliorhinus stellaris) è una specie di squalo tipica dell’Atlantico e del Mediterraneo. Vive di solito fra le rocce fra i 20 e i 60 metri di profondità lungo le coste italiane, ma le popolazioni sono molto frammentate. Può raggiungere il metro e mezzo di lunghezza e ha una livrea marezzata di grandi macchie scure.

Si distingue dal gattuccio minore (Scyliorhinus canicula) per le dimensioni decisamente maggiori: mentre il piccolo sfiora al massimo gli 80 cm di lunghezza, il gattopardo può arrivare a un metro e mezzo.

Il gattuccio maggiore generalmente passa la giornata in piccoli anfratti nella roccia, per avventurarsi di notte in cerca di cibo: pesci, altri piccoli squali, crostacei, polpi e seppie. Dopo la fecondazione che, come per tutti gli squali è interna, la femmina depone grandi uova (10-13 cm di lunghezza) e le assicura grazie a lunghi filamenti a gorgonie, spugne o qualunque altro oggetto in posizione sollevata dal fondo e battuta dalla corrente. I piccoli crescono nell’uovo nutrendosi del tuorlo e nascono dopo circa nove mesi a 10-15cm di lunghezza.

Conosciamo poco della biologia del gattuccio maggiore, ma le sue caratteristiche: di iniziare a riprodursi molto avanti con gli anni e di generare pochi piccoli, lo rendono molto vulnerabile.

Allora freniamo la nostra voglia di liberare la gorgonia da quel fardello, perché quell’uovo è molto prezioso. Limitiamoci ad osservarlo e se siamo fortunati e l’embrione è avanti possiamo notare il piccolo squalo che si dimena all’interno. Ultima raccomandazione le nostre torce sono molto potenti, non esponiamo l’uovo a lunghe illuminazioni.

 

Autore: Filippo Ioni
Autore della foto: Ioni Filippo